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	<title>Psicologia della coppia - Staging Radavelli</title>
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		<title>Si può provare gelosia per un ex?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/si-puo-provare-gelosia-per-un-ex/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, perché provo gelosia per il mio ex? O meglio: perché, quando capita di rincontrarsi, talvolta c’è quell’emozione strana?&#8221; Questa è una domanda che mi viene fatta spesso e come in altre occasioni sfruttiamo questo spazio per approfondire la risposta. Durante una diretta svolta mi è stato chiesto: “Ho incontrato il mio ex di qualche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, perché provo gelosia per il mio ex? O meglio: perché, quando capita di rincontrarsi, talvolta c’è quell’emozione strana?&#8221;  Questa è una domanda che mi viene fatta spesso e come in altre occasioni sfruttiamo questo spazio per approfondire la risposta. Durante una diretta svolta mi è stato chiesto: “Ho incontrato il mio ex di qualche anno fa con un’altra persona e ho provato qualche emozione. Non era sicuramente voglia di riaverlo indietro, però era qualcosa di simile alla gelosia”.</p>
<p>La risposta non è semplice, provo a spiegarla con una metafora.</p>
<h2>La metafora della casa nelle relazioni sentimentali</h2>
<p>Quando noi iniziamo una relazione e poi stiamo con una persona, inevitabilmente ci trasformiamo, ci completiamo a vicenda, cresciamo a vicenda. Piano piano è come se iniziassimo ad acquisire competenze, esperienze, qualità. Quando poi questa relazione si interrompe, queste competenze, qualità ed esperienze devono essere in qualche modo ricollocate, un po’ come avviene quando si cambia casa.</p>
<h2>Perché la fine di una relazione assomiglia a un trasloco</h2>
<p>Il trasloco, si sa, è uno dei momenti più delicati nella vita di una persona. Però succede la stessa identica cosa: noi abitiamo una casa, piano piano la arrediamo, la sentiamo nostra, ci mettiamo dentro i nostri ricordi, le nostre esperienze, i nostri soprammobili, i nostri oggetti. Quando vogliamo cambiare casa, dobbiamo inevitabilmente liberarci di quella precedente. Quindi decidiamo di portare alcune cose con noi; altre cose, invece, magari ci interessano meno o addirittura, pur essendo importanti, capiamo di non poterle ricollocare altrove e le lasciamo lì.</p>
<p>Poi ci muoviamo. Ci muoviamo anche felici: sappiamo che è la scelta giusta, sappiamo che cambiare casa fa parte del nostro processo di vita e della nostra evoluzione. Però lasciamo parte di noi in quella casa e, dall’altro lato, portiamo altre parti di quella casa nella nuova, ricollocandole, cioè attribuendo loro un altro tipo di significato. È chiaro che lo stesso soprammobile, in due case diverse, assumerà significati e sfumature differenti.</p>
<h2>Cosa succede emotivamente quando incontriamo un ex</h2>
<p>La stessa cosa avviene con le relazioni. Non vuol dire che provare questa sensazione quando si incontra l’ex significhi necessariamente: “Voglio tornare con lui” o “Voglio tornare con lei”. Semplicemente, ci rendiamo conto che quella che è stata per tanto tempo la nostra casa ora è abitata da altri. È abitata da altri che magari hanno trovato i nostri oggetti dentro, i nostri segni sul muro, i detersivi sotto al lavandino perché, traslocando, li abbiamo lasciati lì; magari hanno trovato un servizio di posate che non abbiamo più utilizzato e al quale non vorremmo tornare, ma che in qualche modo sentiamo ancora come piccoli pezzi nostri.</p>
<h2>La nostalgia dopo una relazione finita</h2>
<p>Quindi, quando ci spostiamo, siamo felici, entusiasti, curiosi, abbiamo voglia di vivere questa nuova casa, questa nuova relazione. Però è chiaro che, quando scopriamo che qualcosa è successo nella vita dei nostri ex partner, inevitabilmente ci sentiamo tirati in causa.</p>
<p>Attenzione: non sto dicendo che sia gelosia, o la volontà di tornare insieme. Piuttosto, è una specie di nostalgia, una specie di possesso: un mix tra le due cose. Per cui uno è anche curioso di capire se le cose che un tempo sono state sue siano trattate bene, siano felici, siano in ordine. E quindi, inevitabilmente, ti chiedi se l’ex di turno se la stia passando bene, se sia felice, che fine abbia fatto, cosa sia successo nella sua vita.</p>
<h2>Provare emozioni per un ex non significa voler tornare insieme</h2>
<p>Ecco il motivo per cui, talvolta, quando si scoprono notizie riguardanti i nostri ex, in qualche modo ci sentiamo tirati in causa. Non vuol dire voler tornare insieme; vuol dire semplicemente voler capire di che colore sono diventate le pareti e se la nostra vecchia casa sia di fatto in buone mani.</p>
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		<title>Tornare con l&#8217;ex</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/tornare-con-lex-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 12:21:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tornare con il proprio ex è un argomento spigoloso, perché ci sono molti rischi, comunque la si giri. Ci si trova in una situazione potenzialmente esplosiva, poichè ci sono molti fattori diversi da considerare. Ci sono detti secondo cui “la minestra riscaldata non è buona” e non dovrebbe essere desiderata; ci sono invece persone che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>
    Tornare con il proprio ex è un argomento spigoloso, perché ci sono molti rischi, comunque la si giri.  Ci si trova in una situazione potenzialmente esplosiva, poichè ci sono molti fattori diversi da considerare.
  </p>
<p>
    Ci sono detti secondo cui “la minestra riscaldata non è buona” e non dovrebbe essere desiderata; ci sono invece persone che sostengono che tornare con il proprio ex possa dare una seconda possibilità alla relazione. Tante idee diverse che spesso, anche all’interno della stessa persona, convivono in modo contraddittorio quando si pensa in astratto alla possibilità di trovarsi in quella situazione, rispetto a ciò che poi si farebbe realmente.
  </p>
<h3>Il divario tra teoria e realtà nelle scelte relazionali</h3>
<p>
    Succede qualcosa di simile anche nel caso del tradimento: molte persone dicono che, se venissero tradite, interromperebbero la relazione e non avrebbero più nulla a che fare con quella persona, ma poi, trovandosi realmente in quella situazione, le scelte possono essere molto diverse.
  </p>
<h3>Esempi celebri di ritorno con l’ex</h3>
<p>
    Tornare con l’ex segue un principio simile. È chiaro che sono molto più conosciute e frequenti le situazioni in cui il ritorno con l’ex si rivela deleterio. Ci sono anche esempi celebri, come quello di Frida Kahlo e Diego Rivera: Diego tradì Frida con la sorella Cristina, Frida chiese il divorzio, salvo poi tornare un anno dopo con Diego e risposarsi. Una relazione che, di fatto, si rivelò nuovamente problematica.
  </p>
<h3>Quando ha senso tornare con un ex</h3>
<p>
    In generale, non esiste una regola assoluta sul tornare con l’ex, ma esistono principi e considerazioni da tenere presenti. La prima è capire il perché: perché voglio tornare con il mio ex?
  </p>
<p>
    Ad esempio: perché mi sento solo o sola? Perché ho paura di non trovare più nessuno? Sto facendo un compromesso con me stesso/a? Mi manca la presenza, ma non la persona? È più importante per me avere qualcuno accanto che quella specifica persona?
  </p>
<p>
    In tutti questi casi, se la risposta è “sì” anche solo a una di queste domande, verosimilmente la relazione con l’ex tenderà a degenerare rapidamente.
  </p>
<h3>Il ruolo del cambiamento nella relazione</h3>
<p>
    Diverso è il caso in cui si voglia tornare con una persona perché si riconosce che c’erano elementi che non funzionavano, ma si crede che possano essere cambiati. Tuttavia, quante volte si rinnega una relazione con un ex partendo dal presupposto che l’altro sia cambiato, salvo poi vedere nuovamente una degenerazione?
  </p>
<p>
    Questo perché, di fatto, quando si torna con un ex si entra in una condizione “sine qua non”: alcune dinamiche della relazione devono essere trasformate alla base. Ma questa trasformazione richiede tempo, e sono poche le relazioni capaci di cambiare realmente in poco tempo, soprattutto su richiesta.
  </p>
<p>
    Il cambiamento è possibile solo quando è intrinseco, cioè legato a un’evoluzione personale autentica. Solo allora si può eventualmente ripartire in una nuova relazione. Il punto è che non si può mai essere certi del cambiamento del partner finché non si rientra davvero nella relazione. E le promesse del tipo “ti giuro che sono cambiato” o “sono cambiata” spesso lasciano il tempo che trovano e portano a un secondo fallimento.
  </p>
<h3>Quando tornare con l’ex significa iniziare una nuova relazione</h3>
<p>
    Esistono poi situazioni diverse, ad esempio il ritorno con un ex storico dopo molti anni. In questo caso non si tratta davvero della stessa relazione, ma di una relazione nuova.
  </p>
<p>
    Se due persone si erano frequentate da giovani e poi si rincontrano dopo anni, ciascuna avendo costruito la propria vita ed essendo cambiata, può nascere qualcosa di diverso: una nuova relazione con basi nuove.
  </p>
<h3>Quando un ex è davvero un “ex”</h3>
<p>
    Per tornare davvero con un ex l’altro deve essere effettivamente “ex”. La relazione deve essere chiusa, entrambi devono aver riconosciuto la fine del rapporto e averlo accettato.
  </p>
<p>
    Spesso, quando si dice “sono tornato con la mia ex”, in realtà non si è mai davvero interrotto il legame: si tratta piuttosto di una battaglia di posizione, una sorta di guerra di logoramento in cui ci si lascia e ci si riprende, si frequenta altre persone ma si resta emotivamente connessi.
  </p>
<p>
    Questo non è realmente tornare con l’ex: è rimanere in una relazione non chiusa, che genera infelicità, difficoltà e impedisce di aprirsi davvero a nuove relazioni.
  </p>
<h3>Relazione chiusa vs relazione mai conclusa</h3>
<p>
    Tornare con un ex richiede che l’ex sia tale: bisogna aver costruito davvero una separazione, anche concreta, e aver vissuto pezzi di vita separati prima di rincontrarsi.
  </p>
<p>
    Quando invece il ritorno avviene dopo pochi mesi o poche settimane, non si tratta di una nuova relazione, ma di una relazione mai realmente conclusa o semplicemente in crisi.
  </p>
<h3>I rischi del ritorno strumentale con l’ex</h3>
<p>
    Il ritorno con l’ex può essere una strategia, a volte usata per comunicare qualcosa all’altro o per spingerlo a cambiare. Ma se è strumentale, è quasi sempre destinato a fallire.
  </p>
<p>
    Allo stesso modo, se il ritorno è guidato da paure — paura della solitudine, di non trovare un nuovo partner, di non essere all’altezza, o dal giudizio sociale — si rischia di condannarsi a una relazione triste e potenzialmente destinata a un nuovo fallimento.
  </p>
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		<item>
		<title>Esiste l&#8217;amicizia tra ex?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/esiste-lamicizia-tra-ex/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 16:48:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, si può essere amici dopo una storia d’amore?&#8221; Come spesso accade per i miei articoli, anche questa è una domanda che mi viene spesso fatta e che in questa sede vorrei approfondire. E&#8217; infatti un dubbio molto presente, soprattutto quando una relazione finisce: “vorrei rimanere amico” oppure “mi è stato chiesto di rimanere amici”. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, si può essere amici dopo una storia d’amore?&#8221; Come spesso accade per i miei articoli, anche questa è una domanda che mi viene spesso fatta e che in questa sede vorrei approfondire. E&#8217; infatti un dubbio molto presente, soprattutto quando una relazione finisce: “vorrei rimanere amico” oppure “mi è stato chiesto di rimanere amici”.</p>
<p>Facciamo un po’ di ordine e qualche considerazione a riguardo. Secondo me non è impossibile, anche se molto spesso è molto rischioso. Dico questo perché ci sono due fattori importantissimi da considerare nel poter diventare amici dopo una relazione sentimentale: il primo è l’importanza della relazione, il secondo è il tempo trascorso a seguito della fine della relazione stessa.</p>
<h2>Quando è possibile diventare amici dopo una relazione</h2>
<p>Perché? Per poter essere amici occorre un passaggio fondamentale: trasformare la relazione da sentimentale ad amicale. Inoltre, è necessario che entrambi gli ex partner siano d’accordo e che abbiano avuto il tempo per fare questo switch mentale, cioè per compiere questa trasformazione della relazione.</p>
<p>Perché dico che ci sono due variabili importanti, quali l’importanza della relazione e il tempo trascorso? Perché più è stata importante una relazione, più è difficile diventare amici. Questa trasformazione, questa comunione di intenti — cioè lo “switchare” la relazione da sentimentale ad amicale e la volontà di entrambi di avere un’amicizia e non necessariamente una relazione — è inevitabilmente più difficile.</p>
<h2>L’importanza della relazione influenza la possibilità di restare amici</h2>
<p>Più è stata importante la relazione, più è difficile riuscire a individuare l’altro come un possibile futuro amico. Sarà potenzialmente sempre una persona importante, una persona che ci porteremo nel cuore per quello che magari ci ha insegnato e per quello che abbiamo vissuto con lui o con lei, per le esperienze fatte e ciò che ci è stato trasmesso dall’altro. Tuttavia è difficile che questi significati riescano poi a essere “ricolorati” nel significato dell’amicizia.</p>
<p>Potremmo quindi usare questa regola: più è stata importante la relazione, meno è probabile che si possa diventare amici. I due aspetti sono inversamente proporzionali.</p>
<h2>Il ruolo del tempo dopo la fine di una relazione</h2>
<p>Dall’altro lato, invece, in merito al fattore tempo potremmo dire esattamente il contrario. Proprio perché il tempo permette l’elaborazione di alcune cose, ad esempio il proseguire con la propria vita, in alcuni casi è possibile che, trascorso un certo lasso di tempo, entrambi abbiano fatto questo tipo di switch, questa evoluzione. Magari, rincontrandosi dopo anni, ci si scopre nuovamente amici e non necessariamente amanti.</p>
<p>Questa è una cosa assolutamente plausibile. Pensate, ad esempio, ai primi ex o alle prime relazioni che, dopo anni, incontrate per le vicissitudini della vita: sono persone alle quali magari volete ancora bene, ma verso cui non avete più alcun tipo di interesse o ambizione sentimentale, e che possono anche diventare dei buoni amici.</p>
<p>Potremmo quindi dire che il tempo, a differenza dell’importanza della relazione, non è inversamente proporzionale alla probabilità di diventare amici. Anzi: più è passato tempo, più è probabile che si possa effettivamente tornare a essere amici o diventare amici.</p>
<h2>Le eccezioni: quando l’amicizia nasce subito dopo la rottura</h2>
<p>Ci sono poi tutta una serie di eccezioni, oppure situazioni in cui effettivamente si riesce a essere amici immediatamente dopo la fine della relazione. Questo può accadere quando, ad esempio, in età adulta si inizia una storia sentimentale ma poi ci si riscopre molto più amici che amanti già all’interno della storia stessa. La relazione viene chiusa con relativa celerità e da lì nasce l’amicizia, che è la configurazione più congrua, più giusta rispetto al rapporto con quella persona.</p>
<p>Quindi il lato sentimentale si scarica subito e si innesca immediatamente questo legame di amicizia che trasforma la relazione.</p>
<h2>I rischi di restare amici subito dopo la fine della relazione</h2>
<p>Il rischio, al contrario, di provare subito a essere amici una volta che la relazione è terminata, è che non ci sia una vera comunione di intenti. Ossia che, da un lato, una persona — solitamente chi interrompe la relazione — utilizzi questa volontà magari perché sinceramente portata verso l’amicizia oppure perché vuole “indorare la pillola” alla persona che sta lasciando; mentre la persona lasciata si aggrappa a questa illusione amicale con la fantasia, la speranza più o meno recondita, di provare, mantenendo questa amicizia, a riattivare la relazione stessa.</p>
<p>Quindi a far sì che, rimanendo disponibili e comunque presenti nella vita dell’altro o dell’altra, ci sia poi la possibilità che si ravvivi una nuova scintilla.</p>
<p>Questa è una situazione, ahimè, devastante. Chi ha interrotto la relazione potenzialmente può anche sentirsi in colpa nel lungo periodo, rendendosi conto di quali siano invece gli intenti dell’altro. Chi invece si costringe in questa finta amicizia — pur essendo stato abbandonato e non volendo interrompere la frequentazione con la persona — è costretto a una pietosa menzogna verso se stesso e verso l’altro, proprio perché rimane lì in attesa che qualcosa cambi, mentre nel frattempo vede l’altro andare avanti con la propria vita, rimanendo invece ancorato a qualcosa che ormai è passato.</p>
<h2>Conclusioni: si può davvero essere amici con un ex?</h2>
<p>Quindi: la relazione si può trasformare in amicizia? Sì. Ci sono però delle variabili che devono essere considerate: la comunione di intenti, il fatto che entrambi siano andati oltre, che entrambi vogliano essere amici e che entrambi abbiano trasformato la visione della relazione da sentimentale ad amicale.</p>
<p>Ci sono inoltre due fattori altrettanto importanti: l’importanza della relazione, che è inversamente proporzionale alla probabilità di diventare amici, e il fattore tempo, che invece è direttamente proporzionale.</p>
<p>Attenzione però a non cadere nell’ultimo esempio fatto, cioè nel costringersi a una finta — e a tratti dolorosa — amicizia pur di non perdere la persona. Le relazioni sentimentali non possono essere dei surrogati dell’amicizia, o viceversa, dei surrogati della relazione di coppia.</p>
<p>Inevitabilmente, la relazione sentimentale deve essere chiusa. Solo una volta che è stata realmente chiusa, e che entrambi sono andati oltre, si può aprire un’amicizia.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Gelosia: si può superare?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/gelosia-si-puo-superare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 09:20:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apriamo questo articolo con una domanda frequente&#8221; Dottore ma è possibile superare la gelosia?&#8221; Partiamo con il dire che è una domanda complessa, difficile rispondere in pochi minuti. Partiamo da questo presupposto: trovate già quasi un’ora di intervista che ho fatto con il collega e amico Angelo Collevecchio, dove parliamo proprio di gelosia e raccontiamo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> Apriamo questo articolo con una domanda frequente&#8221; Dottore ma è possibile superare la gelosia?&#8221;<br />
Partiamo con il dire che è una domanda complessa, difficile rispondere in pochi minuti. Partiamo da questo presupposto: trovate già quasi un’ora di intervista che ho fatto con il collega e amico Angelo Collevecchio, dove parliamo proprio di gelosia e raccontiamo un po’ quali sono le caratteristiche, le funzioni ma anche le criticità di un sentimento come questo.</p>
<h2>Cos’è la Gelosia e Perché Nasce</h2>
<p>In sintesi, per rispondere in maniera diretta alla domanda, c’è da considerare questo aspetto: la gelosia è inevitabilmente una forma di insicurezza che, in un qualche modo, in funzione di quanto il nostro “tasto gelosia” è sensibile, risuona all’interno della relazione.</p>
<p>Questo vuol dire che, quando la persona gelosa chiede continuamente conferma, rassicurazione e approvazione da parte dell’altro, nel tentativo di quietare appunto questa gelosia, c’è sempre da chiedersi: perché c’è gelosia?</p>
<h2>Gelosia di Coppia o Insicurezza Personale?</h2>
<p>C’è gelosia perché ci sono, ad esempio, dei fatti oggettivi, concreti, delle caratteristiche o dei comportamenti dell’altro che risuonano male con noi o che sono oggettivamente portatori di gelosia, perché sono contraddittori e ambivalenti. Ci possono essere anche degli episodi in passato in cui effettivamente la fiducia è stata tradita o magari ha rischiato di venir meno, a fronte, ad esempio, di cose che sono state celate, nascoste, omesse. Quindi ci sono una serie di dati e informazioni che portano la persona gelosa a risuonare con questo tipo di comportamenti e quindi a chiedere ulteriore rassicurazione.</p>
<p>Oppure la gelosia è una gelosia “di default”? Cioè una gelosia che esiste a prescindere, indipendentemente dal comportamento del partner, che magari non ha mai dato adito a comportamenti ambivalenti o fraintendibili, ma la persona vive la gelosia per problemi suoi, per caratteristiche sue e non tanto in funzione del comportamento dell’altro, quanto proprio in base alle proprie caratteristiche personali, magari legate a storie pregresse, alla propria infanzia o alle proprie vicissitudini di vita.</p>
<h2>La Prima Distinzione da Fare sulla Gelosia</h2>
<p>Una prima distinzione da fare è proprio questa: la gelosia nasce a seguito di esperienze legate alla relazione con il partner oppure è già intrinseca nella persona, quindi il partner viene inondato da questa gelosia che però è prima di tutto legata all’individuo e non necessariamente generata all’interno della coppia?</p>
<p>Questo è il punto uno.</p>
<h2>Come Affrontare la Gelosia nella Relazione</h2>
<p>Punto due: una volta chiarito questo, è importante comprendere come muoversi.</p>
<p>È importante sottolineare che, nel momento in cui ci si rende conto che è un aspetto legato alla relazione, è necessario poterla affrontare. È necessario riuscire a esprimere al proprio partner quali sono le caratteristiche, i comportamenti o gli atteggiamenti che in qualche modo vanno a innescare il nostro trigger, il nostro vissuto di gelosia, e chiedere spiegazioni rispetto a questi aspetti, chiedendo eventualmente anche una modifica di determinati comportamenti.</p>
<h2>Quando la Gelosia Dipende da Insicurezze Personali</h2>
<p>Se invece la gelosia è legata ad aspetti nostri, più privati, più intimi, quindi più personali, allora a quel punto si può fare un lavoro per riuscire a comprendere quali siano le origini di questa insicurezza, per non andare a rigettare all’interno della coppia le nostre paure e le nostre fragilità, rischiando potenzialmente di rovinare il rapporto stesso.</p>
<h2>Perché il Controllo Non Risolve la Gelosia</h2>
<p>È chiaro che la gelosia, sia che stia da un lato sia che stia dall’altro, non dovrebbe mai diventare una limitazione dei gradi di libertà della persona all’interno della coppia. La gelosia non si risolve chiedendo continuamente rassicurazioni, manipolando il comportamento dell’altro, riducendo la libertà dell’altro, ad esempio diventando estremamente controllanti o estremamente richiestivi, perché questo determina inevitabilmente un impoverimento della relazione e della fiducia, che non viene mai effettivamente ricostruita ma viene sempre continuamente controllata.</p>
<h2>Come Ricostruire la Fiducia Dopo Comportamenti Ambigui</h2>
<p>Quello che si dovrebbe fare, nel caso in cui ci siano stati dei comportamenti che hanno suscitato gelosia perché magari ambivalenti o perché hanno tradito la fiducia, è comprendere le motivazioni, e successivamente ripartire da una base di buon senso e di beneficio del dubbio. Questo magari porta alla discussione e al confronto, ma basati sull’ascolto reale delle motivazioni che l’altro porta.</p>
<p>È inevitabile che, nel momento in cui questa cosa non avviene, poi ognuno di noi si troverà a dover tirare le somme all’interno della relazione e chiedersi se effettivamente quella è la relazione che vuole vivere.</p>
<h2>Percorso Psicologico per Superare la Gelosia</h2>
<p>Altrimenti, nel caso in cui la gelosia sia un aspetto prettamente intrinseco alla persona, quindi legato alla persona e non necessariamente alla relazione, può essere utile fare un percorso psicologico.</p>
<h2>Il Circolo Vizioso della Gelosia e del Controllo</h2>
<p>Quello che non deve essere fatto è permettere alla gelosia di diventare un elemento di controllo all’interno della relazione, perché altrimenti ci troviamo inevitabilmente a vivere con delle promesse che vengono puntualmente disattese, ossia la promessa che, tramite questo controllo, un giorno smetterò di essere geloso o gelosa quando avrò ricevuto sufficienti rassicurazioni.</p>
<p>Ma, ahimè, queste sufficienti rassicurazioni non arrivano mai, perché più si va avanti all’interno della coppia e della relazione, più ciò che si può potenzialmente perdere aumenta. Quindi la paura cresce progressivamente in maniera proporzionale al tempo trascorso all’interno della coppia, perché più io investo nella relazione, più potenzialmente ho paura di perderla.</p>
<p>Se non affronto questa gelosia, quindi, più il mio controllo aumenta e più, progressivamente, la relazione si impoverisce.</p>
<h2>Conclusioni: Capire l’Origine della Gelosia</h2>
<p>È importante capire questo: la gelosia arriva dalla relazione con il partner o arriva da un’insicurezza propria? Oppure magari da una combinazione delle due cose?</p>
<p>Riuscire a capire quali siano i fattori in gioco è il primo passo anche per poi riuscire a risolvere la gelosia.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>In amore vince chi fugge?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/in-amore-vince-chi-fugge/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 09:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://staging.matteoradavelli.it/?p=7473</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, è vero che in amore vince chi fugge?&#8221; No, non sono d’accordo con questa affermazione. Penso che possa essere corretta nell’innamoramento: “vince chi fugge” può essere, potenzialmente, una strategia. Forse questa è una risposta più giusta, nel senso che amore e innamoramento sono due cose completamente diverse. Ho già fatto qualche riflessione a riguardo: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>&#8220;Dottore, è vero che in amore vince chi fugge?&#8221; </p>
<p>No, non sono d’accordo con questa affermazione. Penso che possa essere corretta nell’innamoramento: “vince chi fugge” può essere, potenzialmente, una strategia. Forse questa è una risposta più giusta, nel senso che amore e innamoramento sono due cose completamente diverse. Ho già fatto qualche riflessione a riguardo: la trovate sui vari canali social e in articoli passati.</p>
<h2>Amore vs innamoramento: due fasi diverse della relazione</h2>
<p>Quando, impropriamente, ci si riferisce all’amore e alla fuga, spesso si parla della fase iniziale della relazione, quindi più dell’innamoramento che dell’amore. Tant’è che fuga e amore sono abbastanza in antitesi: l’amore è basato sulla costruzione, sulla progettualità, sulla condivisione di un ideale, sull’assunzione di una responsabilità che le persone si danno e si confermano reciprocamente, nel dirsi che, anche quando le cose non andranno bene, non getteranno la spugna, ma si impegneranno e faranno tutto il possibile per provare a risolvere la situazione. L’amore è molto più basato su un’idea di lungo termine.</p>
<h2>Il ruolo della fuga nella fase di innamoramento</h2>
<p>Nel “balletto” iniziale, invece, in cui le persone iniziano a conoscersi, trovano i loro equilibri e, in qualche modo, si combinano l’una con l’altra, allora la fuga può essere una strategia. Diventa un meccanismo, un modo per, in qualche caso, far svelare l’altro, cioè riuscire a far emergere il desiderio, il sentimento, l’impegno che l’altro potenzialmente può apportare all’interno della relazione. Quindi il sottrarsi, il fuggire, l’allontanarsi, il farsi inseguire diventa in qualche modo strategico per ottenere informazioni su quanto l’altro sta provando.</p>
<h3>Perché si mette in atto la strategia della fuga</h3>
<p>Questo può essere legato sia a un’insicurezza propria, cioè al bisogno di ottenere questo tipo di rassicurazione prima di potersi buttare in una relazione, sia al fatto di non avere chiaro, dentro di sé, che cosa l’altro provi, perché magari viene percepito come contraddittorio, talvolta ambivalente o affabulatore. Allora la fuga diventa un modo per permettere all’altro di svelarsi.</p>
<h2>Strategie relazionali: funzionano davvero?</h2>
<p>Non è necessariamente una strategia che deve essere applicata; anzi, penso che all’interno delle relazioni sentimentali, soprattutto quando è il sentimento — e quindi l’emozione — a governare il rapporto, applicare delle strategie non sia mai una buona idea. Scusate il gioco di parole, ma questa è la realtà: uno dovrebbe mostrarsi per quello che è e vedere se l’altro effettivamente riesce a combinarsi con lui, o se ci sono i presupposti perché questo possa avvenire.</p>
<h2>I rischi del “farsi inseguire”</h2>
<p>Dall’altro lato, capisco anche che molte persone, per storie precedenti, scottature o situazioni di vita particolarmente complicate, necessitino di una conferma ulteriore. L’allontanarsi, il sottrarsi, in questo caso diventa quasi un modo per richiederla indirettamente. Attenzione, però, alla contropartita: dipende anche da come reagisce l’altro. Se a sua volta mette in atto la stessa strategia, il corteggiamento e l’innamoramento rischiano di essere estremamente diluiti, labili e talvolta di non generare mai l’innesco necessario per avere una storia d’amore appagante.</p>
<h2>Capire le proprie motivazioni in amore</h2>
<p>C’è da chiedersi sempre il perché lo si fa: è legato alle proprie insicurezze o alla contraddittorietà della comunicazione dell’altro? Già partire da questa domanda può far sì che i nostri comportamenti e atteggiamenti cambino, evitando di mettere in atto la tanto ambita fuga.</p>
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		<title>L&#8217;amante può essere una vittima?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/lamante-puo-essere-una-vittima-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 09:57:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, ma l’amante può essere anche una vittima?&#8221; Domanda interessante che mi è stata fatta, e sì, assolutamente: fa riflettere, e fa riflettere molto. Ci sono almeno un paio di considerazioni che vale la pena esplicitare. Il luogo comune: l’amante come carnefice della coppia Facciamo una piccola premessa: l’amante solitamente viene visto come il carnefice, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, ma l’amante può essere anche una vittima?&#8221; Domanda interessante che mi è stata fatta, e sì, assolutamente: fa riflettere, e fa riflettere molto. Ci sono almeno un paio di considerazioni che vale la pena esplicitare.</p>
<h2>Il luogo comune: l’amante come carnefice della coppia</h2>
<p>Facciamo una piccola premessa: l’amante solitamente viene visto come il carnefice, cioè come colui o colei che sfascia la famiglia, si insinua all’interno della coppia e la distrugge. Partiamo da questo presupposto: se la coppia fosse salda, se fosse solida, se non avesse crepe o non fosse in crisi, ovviamente non ci sarebbero pertugi all’interno dei quali l’amante potrebbe infilarsi.</p>
<p>Questo è il punto di vista di chi viene tradito. Il luogo comune e il pensiero comune dicono che l’amante è il carnefice, l’affabulatore che in qualche modo distoglie il partner dalla relazione e lo tenta verso l’esterno, come se fosse qualcuno che, in maniera fredda e machiavellica, si mettesse a tavolino per capire come distruggere la felicità altrui. Così non è. È un pensiero semplicistico rispetto a ciò che accade realmente.</p>
<h2>Responsabilità nel tradimento: oltre la colpa dell’amante</h2>
<p>Parliamo del fatto che la responsabilità, tendenzialmente, sta almeno anche nel traditore e, in parte, verosimilmente, anche nel tradito. Se dobbiamo comprendere le responsabilità all’interno di un tradimento, non addossiamole all’amante, ma a chi ha tradito, che evidentemente ha cercato un modo individuale per risolvere un problema di coppia, e anche a chi è stato tradito, non per il tradimento in sé, ma per il non funzionamento della coppia, che ha fatto sì che l’altro commettesse un errore, ovviamente più grave e più distruttivo. La responsabilità principale, tuttavia, resta comunque di chi ha agito il tradimento.</p>
<h2>L’amante può essere una vittima?</h2>
<p>Al di là della rappresentazione dell’amante come figura negativa — che può anche avere un fondo di verità — esistono almeno altri due possibili risvolti. L’amante può essere, infatti, una vittima: vittima del traditore oppure vittima di sé stesso.</p>
<h3>Vittima del traditore: vivere nei ritagli di tempo</h3>
<p>Può essere vittima del traditore nel momento in cui è “condannato” a vivere nell’attesa della disponibilità dell’altro: “adesso non puoi chiamarmi perché sono a casa con mia moglie”, “adesso non posso perché sono al lavoro”, “ci vediamo solo in questi ritagli di tempo”. L’amante finisce per organizzare la propria vita in funzione dell’altro, vivendo una relazione fatta di attese e di briciole di tempo. La quotidianità viene meno, così come la possibilità di frequentarsi alla luce del sole e in modo pieno. Tutto diventa estremamente limitato e complicato.</p>
<p>Diverso è il caso in cui entrambi abbiano altre relazioni e siano consapevoli della situazione: in quel caso si accetta una dinamica fatta di ritagli di tempo. Ma spesso non è così. Spesso l’amante è single e si trova a vivere nell’attesa che l’altro sia disponibile, magari con promesse come “lascerò l’altro/a”, che però raramente si concretizzano. Il tempo passa e l’amante resta lì, a volte adattandosi a una situazione infelice, altre volte arrivando a un punto di rottura, fino a interrompere la relazione o a renderla pubblica.</p>
<h3>Vittima di sé stessi: schemi relazionali e bisogni inconsci</h3>
<p>La seconda situazione è quella in cui l’amante è vittima di sé stesso. In questo caso, tende ad attribuire tutta la responsabilità all’altro, senza riconoscere le proprie scelte e i propri schemi. Spesso emerge che non è la prima volta che si trova in relazioni di questo tipo: relazioni complicate, triangolari, vissute nell’ombra.</p>
<p>In questi casi, le motivazioni sono interne: possono esserci bisogni legati al non volersi impegnare troppo, al voler procedere con cautela, o al trovare rassicurante il fatto che l’altro abbia già un’altra vita, e quindi non invada completamente la propria. Oppure possono esserci altre priorità — lavoro, figli, genitori — che rendono “comoda” una relazione apparentemente senza impegno.</p>
<p>Peccato che, quando subentra il sentimento, l’impegno emerga comunque, insieme al dolore. Chi si trova in questa posizione deve essere capace di riconoscerlo e di essere sincero con sé stesso, per capire le motivazioni che lo portano a scegliere questo tipo di relazioni.</p>
<h2>Come uscire da queste dinamiche relazionali</h2>
<p>Una volta messe a fuoco queste dinamiche, diventa possibile costruire relazioni più sane, più equilibrate e più appaganti.</p>
<h2>Conclusione: amante vittima o carnefice?</h2>
<p>Quindi, al di là della visione dell’amante come tentatore o carnefice, esiste anche una dimensione di amante-vittima: vittima del traditore, perché ingannato, oppure vittima di sé stesso, perché non consapevole dei propri bisogni e delle proprie scelte. In questi casi, un percorso terapeutico può essere molto utile per fare chiarezza su aspetti così delicati.</p>
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		<title>Tradire per superare un tradimento</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/tradire-per-superare-un-tradimento-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Tradire per superare un tradimento può essere una strategia?&#8221; Questa è una domanda che mi è arrivata durante una diretta che ho recentemente fatto sul tema del tradimento. Allora: è una strategia? Sì. È una strategia fallimentare? Anche sì. Il fatto che sia una strategia non significa che sia una strategia utile. Tradire per superare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>    &#8220;Tradire per superare un tradimento può essere una strategia?&#8221;<br />
 Questa è una domanda che mi è arrivata durante una diretta che ho recentemente fatto sul tema del tradimento.
  </p>
<p>
    Allora: è una strategia? Sì. È una strategia fallimentare? Anche sì. Il fatto che sia una strategia non significa che sia una strategia utile. Tradire per superare un tradimento — cioè tradire a seguito di un tradimento subito, per cercare di ripristinare la situazione o “pareggiare i conti” — è sì una strategia, ma appunto una strategia fallimentare, per diversi motivi.
  </p>
<h2>Perché il contro-tradimento non risolve il problema</h2>
<p>
    Cerchiamo di fare un po’ di ordine ed esplicitare i punti principali, a mio avviso.
  </p>
<p>
    Innanzitutto, tradire a propria volta a seguito di un tradimento non è qualcosa di funzionale, perché non va a risolvere il problema, ma ne crea un secondo. Quindi non è che se io tradisco, facendo nuovamente riferimento a un tradimento subito, “facciamo uno a uno, palla al centro e non ci pensiamo più”, perché non è una partita di calcio: la vita e la coppia sono altro. Avere un problema e doverlo affrontare non prevede di aggiungerne un altro.
  </p>
<p>
    Inevitabilmente, anche se si “pareggia” in senso matematico (meno per meno fa più), non è così nella realtà relazionale. Tradire a seguito di un tradimento può essere qualcosa che in alcuni casi può anche essere compreso — non necessariamente condiviso, ma compreso — perché la persona si sente ferita, arrabbiata, e reagisce in modo distruttivo, anche per orgoglio o per riaffermare sé stessa. Tuttavia, non è una strategia efficace: crea un secondo problema invece di risolvere il primo.
  </p>
<h2>Quando il contro-tradimento allontana dalle decisioni reali</h2>
<p>
    In secondo luogo, bisogna capire quali sono le aspettative, le motivazioni, le ambizioni e le volontà a seguito di un tradimento. Ho scoperto di essere stato tradito o tradita: che cosa vogliamo fare? Voglio interrompere la relazione? Allora tradire a propria volta può essere una strategia coerente. Ma se voglio ricostruire la relazione, oppure capire cosa farne perché non ho ancora preso una decisione chiara, allora tradire non fa altro che allontanarmi dalla mia meta.
  </p>
<p>
    Da un lato mi allontana dalla possibilità di prendere una decisione lucida; dall’altro, nel caso in cui l’obiettivo fosse ricostruire, mi allontana ulteriormente dalla ricostruzione stessa.
  </p>
<h2>Il falso “pareggio” e la gestione della responsabilità</h2>
<p>
    Può esserci anche la situazione in cui il partner traditore, in qualche modo, sostiene o suggerisce un “pareggio”: “tradisci anche tu, così siamo pari”. Ma è un modo abbastanza bieco e superficiale di provare a pulirsi la coscienza, spostando parte della responsabilità sull’altro.
  </p>
<p>
    In quarto luogo, se si è portati a tradire a seguito di un tradimento subito, bisognerebbe chiedersi perché si sta delegando la propria decisione e la responsabilità delle proprie azioni a qualcun altro. Nel momento in cui si tradisce dopo essere stati traditi, è come se si percepisse un “via libera” per agire. Ma se serve un via libera, questo è già indicativo del fatto che la relazione non sta funzionando.
  </p>
<p>
    E se quel via libera arriva dal tradimento del partner, allora il problema non è il tradimento in sé, ma ciò che sta accadendo a monte nella relazione. Lì, verosimilmente, c’è da capire cosa sta succedendo.
  </p>
<p>
    Non bisogna delegare la responsabilità delle proprie azioni all’altro: “l’ha fatto prima lui” o “l’ha fatto prima lei” non cambia il punto. Se lo fai anche tu, la responsabilità resta tua.
  </p>
<h2>Quando (eventualmente) il contro-tradimento ha senso</h2>
<p>
    Il tradimento come contro-tradimento ha senso solo nel momento in cui è già stata presa la decisione di interrompere la relazione. Non c’è bisogno di un’ulteriore scossa o di una reazione rabbiosa se non si vuole più recuperare il rapporto. Altrimenti si aggiunge un secondo problema a uno già esistente.
  </p>
<p>
    La logica “occhio per occhio” finisce per rendere tutti ciechi. Non è una via percorribile, soprattutto quando c’è ancora da capire cosa si vuole fare della propria coppia o se si sta valutando una possibile ricostruzione.
  </p>
<h2>Conclusione: alternative al contro-tradimento</h2>
<p>
    Esistono molte altre vie per superare un tradimento, affrontarlo, comprenderlo e ristrutturarsi dopo di esso. Esiste anche un lavoro più ampio sul tema del tradimento e su come superarlo, sia nel caso in cui si voglia restare insieme sia nel caso in cui si voglia interrompere la relazione.
  </p>
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		<title>Dove si trova la forza per separarsi?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/dove-si-trova-la-forza-per-separarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 09:32:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, dove trovo la forza per separarmi?&#8221; Questa è una domanda che spesso mi viene fatta e, ovviamente, implica che la persona sia già all&#8217;interno di un certo percorso di rielaborazione e di presa di decisione, legato alle insoddisfazioni e all&#8217;infelicità che la propria relazione sta suscitando. Di solito è una domanda che viene posta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, dove trovo la forza per separarmi?&#8221;</p>
<p>Questa è una domanda che spesso mi viene fatta e, ovviamente, implica che la persona sia già all&#8217;interno di un certo percorso di rielaborazione e di presa di decisione, legato alle insoddisfazioni e all&#8217;infelicità che la propria relazione sta suscitando.</p>
<p>Di solito è una domanda che viene posta quando la decisione sembra essere stata presa: cioè, io sono infelice, noi siamo infelici, dovremmo separarci, ma qualcosa lo impedisce. E quindi molto spesso viene tirata in causa la forza: dove trovo il coraggio? Dove trovo la determinazione?</p>
<h2>Perché è difficile separarsi anche quando si è infelici</h2>
<p>Le implicazioni che fanno presumere il bisogno di una forza possono essere diverse: ad esempio, le aspettative sociali, l&#8217;idea che noi abbiamo di ciò che gli altri si aspettano da noi, la presenza dei figli, la presenza di alcuni vincoli economici, magari una coppia che lavora insieme o che ha un&#8217;attività insieme.</p>
<p>Le aspettative sociali, cioè non solo delle persone che conosciamo, ma anche ciò che la società alla quale apparteniamo e nella quale viviamo si aspetta da noi. La stessa immagine sociale può essere un deterrente, un ostacolo alla separazione.</p>
<p>Le implicazioni sono tantissime e molto diverse tra loro. Bisognerebbe fare un contenuto per ciascuna, per riuscire ad affrontare nel dettaglio il concetto di forza. Però, secondo me, è interessante approfondire perché ci sono due macro livelli, cioè due livelli, se vogliamo, paralleli, che dovrebbero essere considerati quando ci si pone questa domanda: dove trovo la forza per separarmi?</p>
<h2>I due livelli psicologici della difficoltà nel separarsi</h2>
<p>Uno ha a che fare con un principio di delega della responsabilità; un altro, invece, è molto più legato a un tema di scelta, di individualizzazione e di affermazione di sé.</p>
<h3>1. Delegare la responsabilità a cause esterne</h3>
<p>Per quanto riguarda quello della delega della responsabilità, molte volte noi pensiamo di non poterci separare perché deleghiamo la responsabilità della decisione a degli eventi esterni o a qualcosa che ci impedisce di essere liberi nella presa della decisione.</p>
<p>Ad esempio: la mia famiglia non me lo perdonerà mai; sarò povero o povera; dovrò cambiare lavoro; sarò costretto o costretta a lasciare la casa; non posso farlo per i figli.</p>
<p>Queste sono solo alcune delle motivazioni, però sono tutte deleghe di responsabilità, cioè sono tutte situazioni in cui, a causa di qualcosa o a causa di qualcuno, io non posso sentirmi libero o libera di agire la mia scelta.</p>
<p>Questo è il principio di delega. Ovviamente questa è una scusa: una scusa per la quale inevitabilmente io non posso prendere questa decisione, ma mi costringo all&#8217;infelicità. Quindi è come se stessi barattando la mia felicità, la mia soddisfazione, il mio benessere, in funzione del bisogno di qualcos&#8217;altro o di qualcun altro.</p>
<h3>Il ruolo dei figli, della famiglia e delle difficoltà economiche</h3>
<p>Ora, il tema dei figli è un tema estremamente delicato e, ovviamente, come dicevo prima, dovrebbe essere approfondito in maniera più dettagliata. Però quante volte diciamo: non possiamo separarci o non posso separarmi perché altrimenti dovrei gestire, ad esempio, il malumore della mia famiglia di origine oppure potrei avere delle difficoltà economiche?</p>
<p>Benissimo: stiamo contrattando, se la motivazione che scegliamo è questa, il malumore della nostra famiglia di origine o potenziali difficoltà economiche con la nostra felicità.</p>
<p>Non è né giusto né sbagliato: dobbiamo semplicemente scegliere che cosa vale di più.</p>
<h3>2. Dire sì agli altri significa dire no a sé stessi</h3>
<p>Dall&#8217;altro lato, invece, l&#8217;altro tema, l&#8217;altro livello che ho accennato, è legato a un processo di affermazione di sé stessi, cioè di assunzione di responsabilità e di riconoscimento di sé.</p>
<p> Se siamo vittime di questo tipo di ragionamento, dobbiamo essere anche consci del fatto che ogni volta che noi diciamo sì a qualcun altro o a qualcos&#8217;altro — e, come avete capito, non sto parlando solamente del partner o della relazione infelice, ma anche di tutte le altre implicazioni che ho citato prima — stiamo dicendo no a noi stessi.</p>
<p>E quindi, in qualche modo, stiamo scegliendo e accettando di metterci in secondo piano, quando, come ci siamo sempre detti e come abbiamo già approfondito, ma come anche evidentemente avrete vissuto all&#8217;interno della relazione, prima di tutto una relazione nasce in funzione di un soddisfacimento individuale.</p>
<h2>La relazione di coppia deve valorizzare gli individui</h2>
<p>Prima di tutto, prima di essere una coppia, le persone che la compongono sono due individui, ed è attraverso la coppia che trovano la loro manifestazione, la loro esaltazione, la loro evoluzione, il loro miglioramento.</p>
<p>Quando questa cosa non avviene, ovviamente l&#8217;insoddisfazione è prima di tutto individuale; poi è il fallimento della coppia o la difficoltà all&#8217;interno della coppia a determinare, di conseguenza, a cascata, l&#8217;insoddisfazione individuale.</p>
<h2>Come trovare la forza per separarsi davvero</h2>
<p>Quindi ci sono questi due livelli diversi.</p>
<p>Da un lato, il delegare la responsabilità della propria infelicità ad altri.</p>
<p>Dall&#8217;altro, il non essere consapevoli — proprio perché mascheriamo a noi stessi questa scusa, questa responsabilità eterodeterminata — che, dicendo sì ad altri, stiamo dicendo no a noi stessi.</p>
<p>Questi sono i due argomenti, i due livelli che hanno a che fare con la forza da trovare, da cercare, per riuscire a separarsi.</p>
<p>Essere chiari con sé stessi che la responsabilità è prima di tutto nostra, che noi stiamo scegliendo la nostra infelicità e che talvolta siamo portati a dire sì ad altro, ma diciamo no a noi stessi. O, peggio ancora, deleghiamo la responsabilità della nostra infelicità a delle cause esterne che invece abbiamo costruito, abbiamo scelto e che inevitabilmente saremo costretti a dover ricontrattare.</p>
<p>È qui che va cercata la forza: all&#8217;interno di ciò che noi ci costringiamo a essere e a vivere se non cambiamo la situazione. Ed è un interno tendenzialmente infelice.</p>
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		<title>L&#8217;insicurezza personale impatta sulla coppia?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/linsicurezza-personale-impatta-sulla-coppia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 08:26:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore spiega come le insicurezze personali impattano sulla coppia e quali possono essere i loro esiti e le loro derive, partendo dal presupposto che la coppia è una nuova entità rispetto ai singoli individui che la costituiscono?&#8221; Ho ricevuto una domanda come questa e la ritengo molto interessante da approfondire in questo contesto. È chiaro [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&#8220;Dottore spiega come le insicurezze personali impattano sulla coppia e quali possono essere i loro esiti e le loro derive, partendo dal presupposto che la coppia è una nuova entità rispetto ai singoli individui che la costituiscono?&#8221;</p>
<p>Ho ricevuto una domanda come questa e la ritengo molto interessante da approfondire in questo contesto. È chiaro innanzitutto che tutto parte da questo aspetto: da due individui che si combinano e si compongono. Alcuni, i più romantici, dicono che “iniziano a vibrare insieme” in funzione di un obiettivo comune, di un’ambizione, di un desiderio, di una prospettiva migliore. Cioè: io, stando con l’altro e iniziando questa relazione, potrò diventare di più, potrò trasformarmi, potrò stare meglio, potrò essere più felice, potrò essere — talvolta si sente dire — “completo/a”.</p>
<h2>Fase dell’innamoramento e costruzione della coppia</h2>
<p>Nella fase soprattutto dell’innamoramento, siamo completamente aperti a questo flusso trasformativo: ci poniamo, come viene detto spesso in terapia, insieme all’altro e costruiamo la nostra nuova realtà sulla realtà della coppia, appunto della nuova entità che inizia a far parte delle nostre vite. Non si tratta più solo di due individui, ma di qualcosa di più: qualcosa di creato e costruito insieme, che assume il nome di coppia.</p>
<h2>Dalla fase dell’innamoramento alla fase dell’amore</h2>
<p>È chiaro che, finita la fase dell’innamoramento — quel “fiume in piena” che travolge e da un lato spazza via anche le principali paure, soprattutto quella di potersi aprire a una nuova relazione — ci troviamo spesso, si dice, nella fase dell’amore. Cioè quella fase in cui abbiamo scelto di stare insieme, abbiamo trasformato e fatto evolvere l’innamoramento stesso e iniziamo a ragionare su quali potrebbero essere le prospettive future. Poniamo i presupposti, le fondamenta della relazione.</p>
<h2>Emersione di insicurezze e criticità individuali</h2>
<p>È qui che, una volta calmato il turbinio dell’innamoramento, iniziano a emergere dubbi e potenziali criticità, così come caratteristiche individuali che magari non si sono perfettamente combinate con quelle dell’altro. In questo caso parliamo di insicurezze; in altri casi potremmo parlare di tratti caratteriali, comportamentali o altre caratteristiche che ciascuno di noi sa non integrarsi sempre perfettamente con quelle del partner.</p>
<h2>Origine delle insicurezze personali</h2>
<p>Per quanto riguarda il tema dell’insicurezza, è un tema teorico che può avere un’origine individuale, cioè legata alla storia della persona o al suo passato. Quante volte si sente dire: “ho subito un tradimento”, “sono stato abbandonato da piccolo”, “so cosa vuol dire rimanere solo”. Oppure: “sono già stato tradito”. In questi casi, la persona riporta queste esperienze all’interno della coppia e finisce per far “pagare” al partner colpe che in realtà non gli appartengono, perché non ha mai dato motivo di dubitare della sua lealtà o fiducia.</p>
<p>La persona, però, ha questo problema pregresso e fa fatica a vedere l’oggettività dei fatti, proiettando all’interno della coppia le proprie insicurezze e i propri dubbi.</p>
<h3>Insicurezze pregresse e proiezione nella coppia</h3>
<p>L’altra via è che l’insicurezza si generi all’interno della relazione stessa, perché uno dei due partner ha dato motivo all’altro di non fidarsi o di sviluppare questo tipo di insicurezza. Ma questo è un altro capitolo.</p>
<h3>Insicurezze generate nella relazione</h3>
<p>Qui parliamo di quando l’insicurezza è pregressa rispetto alla coppia, cioè quando una persona si sente insicura già di suo per motivi legati al passato e porta queste insicurezze nella relazione.</p>
<h2>Effetti dell’insicurezza nella dinamica di coppia</h2>
<p>Quali possono essere gli esiti? Cosa determina? Quali potrebbero essere le conseguenze di un atteggiamento così insicuro che poi sfocia, come spesso accade, in richieste di rassicurazione, controllo, indagini su ciò che l’altro ha fatto, veri e propri interrogatori, e progressivamente nella limitazione dei gradi di libertà dell’altro all’interno della relazione?</p>
<h2>Comunicazione e funzione adattiva dell’insicurezza</h2>
<p>Ci sono diverse possibilità. Innanzitutto, bisogna chiedersi se e come questa insicurezza sia stata mai manifestata all’altro, e se l’altro fosse consapevole di questo tratto già all’inizio della relazione, e come si sia poi evoluto il rapporto.</p>
<p>Che senso ha, per noi, mostrare questa insicurezza? Che comportamento suscita nell’altro? Diventa protettivo, accudente? Anticipa alcuni bisogni, facendo sì che possiamo stare più sereni? In questi casi l’insicurezza diventa un canale di comunicazione, un fattore attraverso cui la coppia è anche in grado di meta-comunicare.</p>
<h2>Derive disfunzionali: controllo, richieste di rassicurazione e chiusura</h2>
<p>Il problema è la possibile degenerazione che questa insicurezza può assumere.</p>
<p>L’altro può, infatti, reagire in due modi: il primo è una risposta accudente iniziale, ma che col tempo può trasformarsi in repulsione, perché il partner si sente invaso e investito di una responsabilità che non vuole avere.</p>
<p>Il secondo è che, dopo una prima fase accudente, il partner si “scocci” nel non vedere un’evoluzione del livello di insicurezza dell’altro, che invece di ridursi si amplifica, perché vengono richieste sempre più rassicurazioni e attenzioni. A quel punto può iniziare a mettere dei paletti e ad allontanarsi.</p>
<h2>Gestione eterodiretta dell’insicurezza e squilibrio relazionale</h2>
<p>Questa è la principale deriva: quando l’insicurezza viene gestita in maniera eterodiretta, cioè quando la persona insicura non lavora sulla propria insicurezza ma delega all’altro la responsabilità di accoglierla e risolverla.</p>
<p>Il partner può anche essere disposto a farlo, ma si risente nel momento in cui percepisce di essere l’unico a lavorare sulla relazione. Non vede, infatti, un impegno reciproco: la persona insicura non sta lavorando su sé stessa.</p>
<h2>Dinamiche di escalation e rischio di frattura</h2>
<p>A quel punto, l’insicurezza degenera: le risposte e l’accoglienza del partner si riducono, e la persona insicura diventa ancora più incalzante, più inquisitoria e più richiedente. Si crea così una possibile deriva.</p>
<p>Da un lato, chi inizialmente accudiva smette di farlo perché si sente sovraccaricato; dall’altro, chi è insicuro si sente tradito e conferma la propria idea: “avevo ragione a dubitare”.</p>
<p>Qui si rischia la frattura.</p>
<h2>Strategie di gestione e intervento nella coppia</h2>
<p>Per risolvere questo tipo di problema all’interno della coppia, la prima cosa fondamentale è il dialogo. Successivamente ci si può rivolgere a un terapeuta e cercare di comprendere le responsabilità reciproche.</p>
<p>Il punto fondamentale, la condizione sine qua non affinché questo problema possa essere gestito, è che venga affrontato all’interno della coppia e non delegato all’esterno. Entrambi i partner hanno un problema con l’insicurezza: chi la vive e chi la gestisce.</p>
<p>Non può essere solo il partner “sicuro” a rispondere anticipando continuamente i bisogni dell’altro, così come non può essere solo il partner insicuro a chiedere rassicurazioni senza lavorare su sé stesso.</p>
<h2>Trasformare l’insicurezza in risorsa relazionale</h2>
<p>Serve consapevolezza e un lavoro di entrambi. Da un lato, chi è insicuro deve lavorare sull’oggettività, cioè comprendere progressivamente che al partner attuale non possono essere attribuite le colpe delle relazioni passate.</p>
<p>Dall’altro, il partner deve essere in grado di comprendere, accogliere e rispettare questa insicurezza senza farsene completamente carico.</p>
<p>Solo così, tramite collaborazione e lavoro reciproco, l’insicurezza nella coppia non diventa un vincolo, ma può trasformarsi in una risorsa: un canale di metacomunicazione in cui ci si prende cura reciprocamente dell’altro.</p>
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		<title>I rapporti con la famiglia del partner</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/i-rapporti-con-la-famiglia-del-partner/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 09:57:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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<p>&#8220;Dottore, devo per forza avere delle relazioni e dei rapporti con la famiglia del mio partner?&#8221;</p>
<p>Oggi sfruttiamo questo spazio per approfondire questa domanda, è un quesito impegnativo, il tema è complesso. Le relazioni sono una delle cose più complicate ma anche più ricche che abbiamo nella nostra vita. La relazione con il partner, nella relazione sentimentale, è ovviamente la relazione maestra, soprattutto una volta diventati adulti.</p>
<h2>Famiglia del partner e coppia: un equilibrio delicato</h2>
<p>Molte coppie si trovano quindi in questo dilemma: che posizione dare alla famiglia di origine dell’altro? Che tipo di contatti avere? Che tipo di rapporti e comunicazioni instaurare, sia verso la famiglia sia all’interno della coppia?</p>
<p>Molto spesso si generano squilibri, tensioni e difficoltà proprio perché l’argomento è inevitabilmente complesso: è fatto di sensazioni, emozioni, comunicazione, parole e sentimenti. È, in sostanza, un insieme di variabili che, combinandosi, possono creare tensione.</p>
<h2>È obbligatorio avere rapporti con la famiglia del partner?</h2>
<p>Non esiste un giusto o uno sbagliato nell’avere o non avere rapporti con la famiglia di origine del proprio partner, purché ci sia un accordo tra i due. Mi spiego meglio: se il partner, ad esempio, non è d’accordo nell’avere rapporti con la propria famiglia di origine, oppure mantiene rapporti cordiali ma non particolarmente intimi, ci si può adattare a questa scelta.</p>
<p>Al contrario, se entrambi desiderano avere rapporti con quella famiglia, allora si costruirà una relazione più presente. Esiste anche un terzo caso: quando il partner ha interrotto i rapporti con la propria famiglia; in questo caso, generalmente, anche l’altro si adegua.</p>
<h2>Quando nascono i problemi nella relazione con la famiglia del partner</h2>
<p>Il problema nasce quando non si riesce ad accettare o rispettare il tipo di relazione che il partner ha con la propria famiglia. In linea di massima, si dovrebbe riuscire a “replicare” il tipo di legame che il partner ha già costruito, adattandosi ad esso.</p>
<p>La difficoltà emerge quando ci viene chiesto di assumere un atteggiamento lontano dalle nostre corde. Questo accade, ad esempio, quando il partner è molto coinvolto (“invischiato”) nella propria famiglia e si aspetta che anche noi lo siamo. Oppure nel caso opposto: il partner non vuole avere alcun rapporto e noi cerchiamo invece di riavvicinarlo alla famiglia.</p>
<p>Il problema, quindi, si genera quando non accettiamo il rapporto che il partner ha con la propria famiglia e cerchiamo di modificarlo.</p>
<h2>Conflitti con suoceri e famiglia di origine: esempi concreti</h2>
<p>Un caso tipico è quello in cui lui ha un rapporto molto stretto con la propria famiglia, magari con la madre, e la partner si sente in difficoltà. Nonostante venga riconosciuta, può non sentirsi libera di esprimersi o di trovare il proprio spazio, a meno di adattarsi completamente alle regole familiari.</p>
<p>Da qui nascono le prime tensioni: “Non mi difendi davanti a tua madre”, “Non ti accorgi di come mi trattano”, e così via. In queste situazioni può succedere che la persona inizi ad allontanarsi, inizialmente in modo leggero (ad esempio evitando alcune visite), ma col tempo questa distanza può diventare più rigida.</p>
<p>Se il problema non viene affrontato, si rischia di arrivare a un punto critico: “Dai tuoi non ci vengo più”. A quel punto il partner può sentirsi messo davanti a una scelta impossibile: la famiglia di origine o la relazione di coppia.</p>
<h2>La coppia deve essere prioritaria rispetto alle famiglie di origine?</h2>
<p>Questa è una dinamica molto delicata. Quando si costruisce una coppia, e ancor più quando si costruisce una famiglia, è importante che il nuovo nucleo diventi prioritario. Lo si vede chiaramente, ad esempio, quando nasce un figlio: la coppia deve creare uno spazio protetto e stabilire dei confini verso l’esterno.</p>
<p>Tuttavia, le famiglie di origine non possono essere completamente escluse, soprattutto se il partner non lo desidera. Il punto non è scegliere tra una e l’altra, ma stabilire una gerarchia: la coppia deve essere prioritaria, ma senza annullare gli altri legami.</p>
<h2>Come gestire il rapporto con la famiglia del partner</h2>
<p>La soluzione non è quindi un “aut aut”, ma trovare un equilibrio. Questo richiede dialogo: capire cosa crea disagio, cosa è faticoso e come si può intervenire.</p>
<p>Ad esempio:</p>
<ul>
<li>ridurre la frequenza delle visite,</li>
<li>renderle più brevi,</li>
<li>alternare momenti insieme e momenti separati,</li>
<li>stabilire occasioni condivise (come festività) in cui si accetta di esserci, con un accordo chiaro.</li>
</ul>
<h2>Conclusione: comunicazione e accordo nella coppia</h2>
<p>Si tratta di una sfida importante, ma anche di un’opportunità di crescita per la coppia. È fondamentale parlarne apertamente, senza lasciare questi temi nel non detto.</p>
<p>Un terapeuta di coppia può sicuramente aiutare, anche se non è l’unica strada: il confronto autentico e la chiarezza tra partner restano gli strumenti principali.</p>
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