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	<title>Psicoterapeuta cosa fa - Staging Radavelli</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 25 Nov 2022 12:00:48 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La transilienza dello psicologo. Quanto conta?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/la-transilienza-dello-psicologo-quanto-conta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Nov 2022 12:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La transilienza dello psicologo ci parla della capacità, dell&#8217;arte, di sviluppare delle competenze trasferibili e trasportabili in diversi contesti. Le competenze trasferibili e trasportabili per quanto riguarda uno psicologo non sono le skills come la capacità empatica ma sono esperienze legate a esperienze di vita della persona. C&#8217;è una parte di competenze, non cliniche, determinate [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La transilienza dello psicologo ci parla della capacità, dell&#8217;arte, di sviluppare delle <strong>competenze trasferibili e trasportabili in diversi contesti</strong>. Le competenze trasferibili e trasportabili per quanto riguarda uno psicologo non sono le skills come la capacità empatica ma sono esperienze legate a esperienze di vita della persona.</p>
<p>C&#8217;è una parte di competenze, non cliniche, <strong>determinate e regalate dalle esperienze di vita</strong> che permettono al terapeuta di essere più efficace. Quando infatti un equipe definisce il lavoro da svolgere con un paziente tiene conto anche, soprattutto, di questo aspetto. Si approfondiscono in questo contesto:</p>
<ul>
<li><strong>competenze tecniche </strong></li>
<li><strong>competenze umane, di vita, ovvero la transilienza </strong></li>
</ul>
<p>Queste ultimi riguardano il<strong> ciclo di vita e la storia vissuta dal terapeuta</strong>, aspetti che diventano risorse spendibili durante il percorso. Il fatto che il terapeuta abbia un punto di vista utile, nato dalla propria esperienza di vita, è un fattore molto positivo per la terapia stessa.</p>
<p>Proviamo a ragionare sull&#8217;utilità che ha, nei confronti del percorso di terapia, quando il terapeuta ha vissuto esperienze simili a quelle che il paziente racconta: <strong>a parità di competenza tecnica avere la possibilità di trasportare le proprie esperienze diventa un fattore fondamentale</strong> per la buona riuscita della terapia.</p>
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		<title>Si può superare un problema di tipo ansioso da soli?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/si-puo-superare-un-problema-di-tipo-ansioso-da-soli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Feb 2022 08:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La psicoterapia è fondamentale ma non è l&#8217;unica via: ognuno fa ciò che sente per se stesso, pertanto anche un disturbo d&#8217;ansia può guarire senza psicoterapia, perché non è l&#8217;unica via. La psicoterapia è utile quando serve lavorare in termini di consapevolezza e autoefficacia. Una persona può superare i propri attacchi di panico: resistendo, prendendo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La psicoterapia è fondamentale ma <strong>non è l&#8217;unica via</strong>: ognuno fa ciò che sente per se stesso, pertanto anche un disturbo d&#8217;ansia può guarire senza psicoterapia, perché non è l&#8217;unica via.</p>
<p>La psicoterapia è utile quando serve lavorare in termini di consapevolezza e autoefficacia. Una persona può superare i propri attacchi di panico: resistendo, prendendo un farmaco o lasciando passare del tempo. Può essere che attraverso una di queste tre strategie l&#8217;attacco di panico effettivamente passi, tuttavia, il soggetto, non ha ottenuto né consapevolezza, né autoefficacia. La persona in questione non saprà mai quali sono gli incastri che hanno generato gli attacchi di panico tanto mento avrà  la sensazione di sicurezza di esserne completamente uscito.  <strong>L&#8217;obiettivo della psicoterapia è infatti la consapevolezza e l&#8217;autoefficacia</strong>: tramite una psicoterapia si riesce a comprendere quali sono le cause di un problema, sentirsi auto efficaci al punto di essere consapevoli di ciò che si è messo in campo per uscire dal problema stesso, si riesce a sentirsi più forti.</p>
<p>La psicoterapia lavora per aiutare una persona ad uscire da un problema ma lavora anche e soprattutto, sulla consapevolezza rispetto il problema, sul senso di autoefficacia e sulla forza che il soggetto può mettere in campo in  futuro. Non tutti sono interessati a questi tre obiettivi della psicoterapia quindi scelgono altre strade per affrontare la difficoltà, la terapia, infatti, deve essere intrapresa <strong>solo se è una via che la persona sente e ritiene utile. </strong></p>
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		<item>
		<title>Il terapeuta non esprime giudizi</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/il-terapeuta-non-esprime-giudizi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 11:03:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo psicoterapeuta, durante la terapia di coppia, dichiara se la coppia non ha speranze? Questa domanda mi viene spesso rivolta direttamente dalle coppie che si rivolgono a me per la terapia e il sottotesto, la vera domanda che la coppia vorrebbe porre è &#8220;dottore ma dobbiamo stare insieme o no?&#8220;. Partiamo da un presupposto: la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo psicoterapeuta, durante la terapia di coppia, dichiara se la coppia <strong>non ha speranze</strong>? Questa domanda mi viene spesso rivolta direttamente dalle coppie che si rivolgono a me per la terapia e il sottotesto, la vera domanda che la coppia vorrebbe porre è &#8220;<strong>dottore ma dobbiamo stare insieme o no?</strong>&#8220;.</p>
<p>Partiamo da un presupposto: la terapia si basa sulla <strong>sospensione del giudizio</strong>, sull&#8217;ascolto attivo. Il terapeuta non giudica personalmente ciò che il paziente coppia porta in terapia ma cerca di individuare le problematiche, comprenderne le cause e capire quale o quali siano le strade per risolvere queste problematiche. Non è quindi corretto aspettarsi che ad un certo punto il terapeuta dica &#8220;dovete stare insieme&#8221; o &#8220;dovete lasciarvi&#8221; perchè questo implicherebbe l&#8217;espressione di un giudizio. Oltretutto ciò che il terapeuta reputa giusto in ambito di relazioni potrebbe essere diverso da ciò che vale per la coppia e non ha senso che il terapeuta le espliciti.</p>
<p>Ciò che si fa solitamente in terapia è <strong>partire dai fatti</strong> e dire &#8220;per quello che posso vedere, per quanto ci siamo detti finora, questo è il cammino che consiglio di intraprendere&#8221;. Ciò che il terapeuta si chiede è piuttosto se lui (o lei) sia in grado di far emergere durante la terapia gli elementi necessari al percorso che ha in mente per il paziente (e questo vale per il paziente singolo come per la coppia).</p>
<p>L&#8217;unico momento in cui il terapeuta può intervenire in maniera netta è quando uno dei due membri della coppia può essere pericoloso per l&#8217;altro (o magari per i figli): in questi casi il terapeuta esce dal suo ruolo non giudicante perchè la priorità diventa l&#8217;<strong>incolumità del singolo</strong>.</p>
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		<item>
		<title>Le emozioni in terapia</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/le-emozioni-in-terapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jun 2021 13:36:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Affrontiamo in questo articolo la tematica delle emozioni ponendoci una nuova domanda: che ruolo giocano le emozioni in terapia? Perchè sono così importanti? Le emozioni giocano un ruolo fondamentale per due motivi: il perchè una persona sta male risiede nelle emozioni, quindi le emozioni sono ciò che ci porta ad andare in terapia la soluzione, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Affrontiamo in questo articolo la tematica delle emozioni ponendoci una nuova domanda: <strong>che ruolo giocano le emozioni in terapia</strong>? Perchè sono così importanti?</p>
<p>Le emozioni giocano un ruolo fondamentale per due motivi:</p>
<ul>
<li>il <strong>perchè</strong> una persona sta male risiede nelle emozioni, quindi le emozioni sono ciò che ci porta ad andare in terapia</li>
<li>la soluzione, la <strong>cura</strong> del problema, il lavoro che si fa all&#8217;interno della stanza di terapia ha a che fare con le emozioni</li>
</ul>
<p>Ora, in maniera semplicistica, potremmo dire che una persona sceglie di andare in terapia per due ragioni ed entrambe sono legate alle emozioni. In un primo caso possiamo pensare ad una persona che sta vivendo un&#8217;emozione molto forte <strong>senza riuscire a riconoscerla</strong>, emozione che, quindi, troverà un&#8217;altra via per manifestarsi, probabilmente con una somatizzazione; in un secondo caso, al contrario, possiamo immaginare una persona che riconosce molto bene le emozioni che sta provando ma si rende conto di <strong>non riuscire a controllarle</strong> e per questo chiede aiuto. Se quindi questi sono i ruoli che possono avere le emozioni nel momento in cui una persona decide di andare in terapia, qual è il loro ruolo nel processo di cura?</p>
<p>Uno dei compiti dello psicoterapeuta è quello di rinarrare la storia del paziente e se è vero che il mezzo per farlo sono le parole, i significati sono emotivi. Il lavoro che si fa nella stanza di terapia è <strong>tutto a livello emotivo</strong> tant&#8217;è che non è necessario, come spesso chiede il paziente, registrare le sedute o prendere appunti: non sono importanti le parole che vengono dette ma le emozioni che suscitano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Diagnosi ed etichette diagnostiche</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/diagnosi-ed-etichette-diagnostiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 May 2021 07:48:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il linguaggio è uno strumento di costruzione della realtà, alterazione della realtà e talvolta semplificazione della realtà. Quando scegliamo i termini per rappresentare la nostra realtà, posto che uno stesso termine può avere sfumature di significato differenti per ognuno di noi, sto andando ad influenzare quella realtà e, in alcuni casi, anche a semplificarla. Perchè [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il linguaggio è uno strumento di costruzione della realtà, alterazione della realtà e talvolta semplificazione della realtà. Quando scegliamo i termini per rappresentare la nostra realtà, posto che uno stesso termine può avere sfumature di significato differenti per ognuno di noi, sto andando ad influenzare quella realtà e, in alcuni casi, anche a semplificarla. Perchè parlo di semplificare? Perchè <strong>le etichette sono proprio questo, una semplificazione</strong> &#8211; talvolta negativa, talvolta si riduce addirittura ad uno stereotipo.</p>
<p>Questo concetto emerge prepotentemente se si parla di etichette in ambito psicologico e psicoterapeutico. Le etichette, lungi da me l&#8217;essere polemico, non hanno alcun valore dal punto di vista della cura: sono molto utili, però, per comunicare con altri professionisti, semplificando appunto la conversazione, o per far meglio <strong>comprendere al paziente</strong> di cosa stiamo parlando.</p>
<p>Ciò che è importante ricordare è che il paziente, la persona che abbiamo di fronte nella stanza di terapia, NON è la sua etichetta, non è la sua diagnosi: è una persona, appunto! Una persona fatta di dubbi, fatiche, sintomi che hanno alcune caratteristiche riconducibili ad un &#8220;contenitore&#8221; comune. L&#8217;etichetta può essere utile per <strong>creare un codice condiviso</strong>, una lingua comprensibile a paziente e terapeuta. La verità è che poi ogni paziente è come un dialetto e il terapeuta deve imparare a comprendere cosa, per lui o per lei, l&#8217;etichetta significa.</p>
<p>Se quindi le etichette possono risultare utili per inquadrare un contesto, è anche vero che <strong>possono diventare pericolose</strong> se date in mano a persone che non sanno bene cosa farsene. Proseguendo con la metafora della lingua ogni persona schizofrenica, per quanto inquadrata all&#8217;interno della lingua &#8220;schizofrenia&#8221;, parla un dialetto estremamente diverso dall&#8217;altra perchè esiste una variabilità enorme di sintomi e caratteristiche all&#8217;interno di questo stesso disturbo. Con altri disturbi la questione è un po&#8217; più semplice ma è inevitabile, per il terapeuta, fare un <strong>lavoro sartoriale</strong> su ogni paziente, ogni persona che si trova davanti.</p>
<p>C&#8217;è un altro rischio che si corre nell&#8217;utilizzare etichette diagnostiche ed è il seguente: il paziente, conosciuta la sua etichetta, <strong>tenderà ad aderirvi</strong>. In che modo? Il paziente sarà condizionato a vedere e sviluppare sintomi specifici che prima non vedeva o non percepiva come sintomi. Questo lo facciamo tutti: se ci viene diagnosticato il tunnel carpale andremo a cercarne i sintomi online e improvvisamente riconosceremo di averli tutti. Lo stesso accade a pazienti cui viene appiccicata addosso un&#8217;etichetta (potremmo citare come esempio quella di DOC &#8211; disturbo ossessivo compulsivo) con troppa leggerezza: d&#8217;un tratto le compulsioni e le ossessioni andranno ad aumentare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Supervisione e intervisione per chi lavora da solo</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/supervisione-e-intervisione-per-chi-lavora-da-solo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 May 2021 13:56:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In alcuni post precedenti a questo ho parlato di equipe, di come funziona il lavoro all&#8217;interno della mia equipe, di come strutturate gli interventi. Ma anche un dottore che lavora da solo può essere altrettanto valido? Anche un dottore che lavora da solo può coinvolgere, e discutere i propri casi e le proprie difficoltà con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In alcuni post precedenti a questo ho parlato di <a href="https://staging.matteoradavelli.it/il-lavoro-in-equipe-dello-psicologo/"><strong>equipe</strong></a>, di come funziona il lavoro all&#8217;interno della mia equipe, di come strutturate gli interventi. Ma anche un dottore che lavora da solo può essere altrettanto valido? Anche un dottore che lavora da solo può coinvolgere, e discutere i propri casi e le proprie difficoltà con altri colleghi? Quella che viene chiamata in gergo <strong>intervisione</strong> o <strong>supervisione</strong>, la svolge anche chi lavora in autonomia all&#8217;interno del proprio studio?</p>
<p>Dunque: un dottore che si muove in autonomia nel proprio studio perché ha scelto questa dimensione per la propria professione può essere altrettanto valido, poichè la <strong>competenza e la professionalità sono prima di tutto dei meccanismi di tipo individuale</strong>. Conosco diversi colleghi che lavorano autonomamente all&#8217;interno del proprio studio, in una dimensione più artigianale, e che sono eccellenti in quello che fanno. Questa modalità è quella che a loro serve per potersi esprimere al meglio e fare con qualità il loro mestiere. Io mi trovo meglio in un&#8217;altra maniera: ho già spiegato quali sono le mie motivazioni, ma non è sicuramente l&#8217;unico modo. La maniera giusta è quella che permette la massima espressione del terapeuta.</p>
<p>Il terapeuta che lavora da solo deve o può confrontarsi anche con altri colleghi nella preparazione o nella discussione dei casi? Si. Penso che da questo<strong> non ci si debba esimere</strong>, anche chi lavora da solo se non chiede un confronto con i colleghi, o dei momenti di supervisione o di intervisione ad un collega molto più esperto commette un errore. Sia che si lavori in equipe, sia che si lavori individualmente, il confronto con i colleghi è la risorsa primaria per riuscire ad essere efficaci. Il terapeuta che lavora in autonomia può svolgere un lavoro di qualità, ma non può esimersi dal <strong>confrontarsi con i colleghi</strong>.</p>
<p>Se quindi penso che il terapeuta che lavora in autonomia nel suo studio possa svolgere un lavoro eccellente, penso anche che terapeuti che non si confrontano con altri colleghi non possano svolgere un lavoro altrettanto eccellente. Il tipo di lavoro che io ho scelto sia di condurre, sia poi di costruire negli anni, è quello che io sento essere più calzante su di me. Questo non vuol dire che altri terapeuti non possono essere a loro agio nello svolgere un lavoro diverso. Il lavoro diventa però di qualità inferiore quando non viene svolta una <strong>formazione</strong>, un <strong>aggiornamento costante</strong> soprattutto nella pratica clinica che c&#8217;è nella conduzione della psicoterapia, quando si rinuncia a elementi fondamentali come l&#8217;intervisione e supervisione o in termini più ampi di formazione e confronto costante con i colleghi.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Terapia con minori VS terapia con adulti</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/terapia-con-minori-vs-terapia-con-adulti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 May 2021 14:11:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La terapia svolta con pazienti adulti e la terapia svolta con bambini sono estremamente diverse e poichè le differenze tra le terapie sono un argomento che incuriosisce molto ho deciso di parlarvene in questo post. Partiamo col dire che ci sono grandi differenze persino tra una terapia svolta con un dodicenne e una svolta con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La terapia svolta con pazienti adulti e la terapia svolta con bambini sono <strong>estremamente diverse</strong> e poichè le differenze tra le terapie sono un argomento che incuriosisce molto ho deciso di parlarvene in questo post.</p>
<p>Partiamo col dire che ci sono grandi differenze persino tra una terapia svolta con un dodicenne e una svolta con un diciassettenne e allo stesso modo sono diverse le terapie con giovani adulti rispetto a quelle con persone appartenenti alla cosiddetta &#8220;terza età&#8221;: concentriamoci però per il momento &#8220;solo&#8221; sulla distinzione tra minori e adulti.</p>
<p>La <strong>terapia svolta con adulti</strong> è basata quasi esclusivamente sulla parola, sul <strong>dialogo</strong>, che si allontana molto dallo stereotipo del lettino e del terapeuta posizionato alle spalle del paziente che tutti avrete in mente. La terapia è dialogica anche se esistono degli strumenti (scheda temporale o familiare, tavola sinottica, ecc) che si possono utilizzare come affiancamento.</p>
<p>La <strong>terapia svolta con minori</strong> è completamente diversa poichè è inverosimile chiedere anche solo ad un dodicenne di sedersi e di parlare per un&#8217;ora e mezza delle proprie emozioni. La terapia, in questi casi, si basa sulle loro modalità più caratteristiche, come il <strong>gioco e la relazione</strong>.  Con i minori gli strumenti che vengono utilizzati sono molti di più: per i piccolissimi si utilizzano dei giochi, viene chiesto ai genitori di giocare con i figli e li si osserva; con bimbi più grandi si possono proporre disegni, interpretazioni di disegni o altre attività un po&#8217; più cognitive, aumentando la difficoltà via via che il paziente cresce. Non chiederemo mai ad un adolescente di giocare con i genitori ma certamente gli offriremo strumenti diversi e integreremo progressivamente sempre di più il dialogo e la parola.</p>
<p>Per tutti questi motivi appare anche chiaro che uno stesso terapeuta potrebbe non essere in grado di lavorare con bambini di 8-9 anni e anche con adulti con la stessa efficacia: le <strong>specializzazioni</strong> esistono anche in base all&#8217;età, non solo in base alla tipologia.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Io, psicoterapeuta, non lavoro da solo</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/io-psicoterapeuta-non-lavoro-da-solo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 08:49:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come raccontavo in un recente post, non sempre lo psicoterapeuta lavora da solo. Il tessuto italiano è fatto di molti colleghi che lavorano in autonomia, svolgendo in maniera efficace le terapie nei loro studi e senza farsi affiancare da altri professionisti. La mia scelta, come ho già spiegato, è andata in senso contrario a questa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Come raccontavo in un <a href="https://staging.matteoradavelli.it/il-lavoro-in-equipe-dello-psicologo/">recente post</a>, non sempre lo psicoterapeuta lavora da solo. Il tessuto italiano è fatto di molti colleghi che <strong>lavorano in autonomia</strong>, svolgendo in maniera efficace le terapie nei loro studi e senza farsi affiancare da altri professionisti.</p>
<p>La mia scelta, come ho già spiegato, è andata in senso contrario a questa e mi sono orientato verso il <strong>lavoro in equipe</strong>, circondandomi di un team di colleghi con i quali collaboro gomito a gomito (covid permettendo!). I <strong>vantaggi</strong> del lavoro in equipe visti dal lato del terapeuta, a mio parere, sono almeno tre:</p>
<ul>
<li>la possibilità concreta di andare a <strong>migliorare la qualità della terapia</strong> poichè lavorando in equipe c&#8217;è un confronto costante tra psicoterapeuta e colleghi (in Minds ogni terapia è seguita nella sua interezza da almeno due terapeuti, uno in stanza e un intervisore che prepara ogni singolo colloquio insieme al &#8220;frontman&#8221;). Oltre al confronto con l&#8217;intervisore c&#8217;è poi un confronto più esteso una volta al mese con <strong>tutti i membri dell&#8217;equipe</strong>, in cui ognuno porta a rotazione un caso che lo mette particolarmente alla prova avendo a disposizione altre 24 teste che daranno il proprio punto di vista;</li>
<li>un aumento e miglioramento dell&#8217;<strong>efficienza che il terapeuta mette all&#8217;interno della terapia</strong>. Sapere che c&#8217;è un intervisore che prepara ogni singolo caso insieme a te genera un controllo reciproco, permette di non finire all&#8217;interno di circoli viziosi o vicoli ciechi. L&#8217;altra persona, infatti, ti fa notare cose che tu non noti perchè osservi il caso dall&#8217;interno, rimanendone inevitabilmente coinvolto. Tutto questo porta quindi ad una <strong>riduzione dell&#8217;errore</strong>;</li>
<li>un <strong>aumento rapido ed esponenziale dell&#8217;esperienza</strong>. Il lavoro in equipe prevede che la competenza clinica del terapeuta non si sviluppi solo sul campo, nelle terapie svolte in prima persona, ma anche dall&#8217;<strong>apprendimento dalle terapie svolte dagli altri colleghi</strong>, un apprendimento dunque connesso alle esperienze altrui. Questo permette di velocizzare la formazione personale e professionale del terapeuta che diventa sempre più capace.</li>
</ul>
<p>Lavorare da soli e farlo bene è assolutamente possibile ma nel mio caso, per tutti i motivi sopra elencati, non potrei pensare di lavorare senza un&#8217;equipe di sostegno.</p>
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		<title>Come sono arrivato a fare lo psicoterapeuta?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/come-sono-arrivato-a-fare-lo-psicoterapeuta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Apr 2021 09:44:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il post di oggi andiamo un po&#8217; indietro nel tempo, al giorno in cui sul treno diretto a scuola ho iniziato a leggere un libro che mi ha portato, dopo varie peripezie, a diventare psicoterapeuta. Ricordo che quando ho scelto di iscrivermi alle scuole superiori ho seguito la massa: tutti i miei amici andavano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con il post di oggi andiamo un po&#8217; indietro nel tempo, al giorno in cui sul treno diretto a scuola ho iniziato a leggere un libro che mi ha portato, dopo varie peripezie, a diventare <strong>psicoterapeuta</strong>.</p>
<p>Ricordo che quando ho scelto di iscrivermi alle scuole superiori ho seguito la massa: tutti i miei amici andavano in quella scuola e ci sono andato anche io. Penso che non ci sia niente di male, può essere anche positivo che in quel momento della mia vita fosse per me più importante l&#8217;aspetto sociale che l&#8217;aspetto prettamente formativo anche se da adulto mi rendo conto di quanti sono stati poi i limiti di una scelta di questo tipo.</p>
<p>Mi ricordo benissimo che dalla quarta superiore sul treno <strong>leggevo libri di Freud e Fromm</strong>, che sono le due persone che mi hanno affascinato e hanno catturato la mia attenzione. Leggendo questi libri ho iniziato ad essere attratto dalla psicologia e dall&#8217;idea che quegli studi fossero in qualche modo concreti e reali. All&#8217;epoca, data la mia età di 16/17 anni, sono rimasto estremamente affascinato anche dai molti studi di Freud sulla dipendenza ed in particolare sulla cocaina, che lui si era auto somministrato per poi scrivere un libro bellissimo che si intitola proprio &#8220;Sulla cocaina&#8221;. Sono rimasto affascinato non tanto dall&#8217;idea della cocaina ma da quanto la psicologia, secondo me, aprisse un mondo di ricerche di pensiero che andasse <strong>oltre il tabù</strong>.</p>
<p>Poi mi sono lanciato anche in altri tipi di letture, come &#8220;Totem e tabù&#8221;, un altro libro che consiglio sempre di Freud. Pian piano mi sono reso conto che la psicologia permetteva di andare oltre, di accedere a dei mondi che erano lì ed erano molto più concreti del semplice racconto perché si erano denudati del perbenismo, delle norme, dei costrutti e delle forme sociali. Per me questo è stato il significato che un libro come quello che ho appena citato ha avuto sulla mia formazione. Da lì ho iniziato a leggere di tutto. Sono stato affascinato, soprattutto all&#8217;inizio (anche se adesso mi interessa poco) dall&#8217;aspetto criminale o violento della psicologia. Ho iniziato a studiare dei libri sui serial killer, ho iniziato a leggere degli esperimenti di Zimbardo nel carcere di Stanford, e l&#8217;aspetto sociale ha iniziato ad attirarmi. Ricordo che durante le lezioni di elettronica ed elettrotecnica, di cui ero completamente disinteressato, io leggevo questi libri.</p>
<p>Una volta ottenuto il diploma ho fatto l&#8217;università, poi la scuola di specializzazione e progressivamente il mio interesse è mutato. Ho perso interesse nell&#8217;aspetto violento, criminale o eccessivo. Sono stato sempre più <strong>attratto dal tema della clinica</strong>, cioè della psicoterapia: non più l&#8217;aspetto sociale, quindi, ma l&#8217;aspetto clinico, l&#8217;aspetto della difficoltà o patologia mentale non in termini drammatici nè psichiatrici, ma in termini di benessere, ovvero di come aiutare le persone a risolvere problemi che possono essere esistenziali o sintomatologici, in funzione di una <strong>evoluzione</strong>.</p>
<p>Questo è quello che faccio all&#8217;interno della stanza di terapia, al di là che la persona venga con un sintomo di tipo psicologico, l&#8217;ansia, attacco di panico, la depressione, ecc&#8230; o che venga con un problema esistenziale: &#8220;Cosa faccio in questa situazione?&#8221;, &#8220;Non riesco a comprendere o gestire questi rapporti&#8221;, &#8220;Come mi muovo nella sfera lavorativa?&#8221;. La mia idea di psicoterapia, ciò che a me piace fare e ciò per cui mi sento portato perché vedo poi nella concretezza l&#8217;aiuto e il supporto che riesco a dare alle persone, consiste nel <strong>migliorare le alternative</strong>. Aumentare le alternative e rendere tutto progressivamente più nitido. Dico spesso all&#8217;interno delle sedute, dopo il primo incontro, che fare psicoterapia non significa delegare all&#8217;altro una decisione. Lo psicoterapeuta aiuta a rendere tutto più nitido, più comprensibile ed al tempo stesso più fruibile, facile, percorribile ma poi è la persona che una volta che sceglie il tragitto, lo percorre. <strong>Non può essere lo psicoterapeuta a farlo al suo posto. </strong></p>
<p>A me piace dannatamente fare questo mestiere. Riuscire ad aiutare la persona nel farla sentire potente, capace e protagonista non solo della difficoltà, ma soprattutto del suo benessere. Penso che questo sia ciò che mi ha permesso di diventare lo psicoterapeuta che sono e di fare psicoterapia nel modo che ho scelto. Questo è un piccolo pezzettino di me che mi fa piacere condividere.</p>
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		<title>Saperne di psicologia influenza le relazioni?</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/saperne-di-psicologia-influenza-le-relazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2021 11:11:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapeuta cosa fa]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Quanto e come saperne di psicologia influenza le relazioni con gli altri o le sue relazioni con gli altri?&#8221; Oggi provo a rispondere a questa domanda che io e chiunque faccia il mio lavoro riceviamo spesso. Di solito a questa domanda si accompagnano battute molto scontate del tipo &#8220;allora mi psicanalizzi?&#8221; o &#8220;allora mi leggi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Quanto e come saperne di psicologia influenza le relazioni con gli altri o le <em>sue</em> relazioni con gli altri?&#8221;</p>
<p>Oggi provo a rispondere a questa domanda che io e chiunque faccia il mio lavoro riceviamo spesso. Di solito a questa domanda si accompagnano battute molto scontate del tipo &#8220;allora mi psicanalizzi?&#8221; o &#8220;allora mi leggi nella testa?&#8221; e ancora &#8220;allora riesci a capire quali sono i miei bisogni più profondi?&#8221;. Io rispondo con un sorriso di circostanza ma quello che vorrei dire davvero non può essere riportato in questa sede!</p>
<p>Al di là di questo stereotipo abbastanza bieco, è vero che avere delle conoscenze di psicologia inevitabilmente incide non tanto sulle relazioni, nel senso che un terapeuta non si<span style="font-size: 1rem;"> mette a lavorare quando si trova con amici o famiglia, quanto sul <strong>porre l&#8217;attenzione ad alcuni aspetti</strong> che, magari, chi non ha questo tipo di competenze non osserva. Ma come è normale che sia! Faccio un esempio semplice: l&#8217;ingegnere che da stereotipo è una persona organizzata, metodica, precisa, pulita tendenzialmente questa forma mentis la riporta anche all&#8217;interno della sua vita privata e ci si aspetta quindi che un ingegnere non lo sia solo nel momento in cui indossa la camicia e la cravatta ma anche nella sua vita privata. Allo stesso modo <strong>lo psicoterapeuta non è solamente il dottore all&#8217;interno della stanza di terapia</strong> ma alcune dinamiche, alcune caratteristiche e circostanze poi tende a replicarle all&#8217;interno della sua vita privata. Io ad esempio prima di fare lo psicologo e poi a maggior ragione anche dopo, ero e sono una persona tendenzialmente analitica nei miei confronti: mi sono sempre fatto molte domande e sono sempre stato curioso e attratto dalle dinamiche delle relazioni sociali. </span></p>
<p><span style="font-size: 1rem;">È chiaro quindi che ci sia una <strong>commistione</strong> tra i due mondi. Diverso è se una persona utilizza le competenze che ha in una maniera un po&#8217; gratuita, un po&#8217; ingiusta, un po&#8217; anche forzata e alterata, cioè <strong>fuori dal contesto</strong>. Sarebbe sicuramente sbagliato sia per le persone con le quali ho a che fare sia per me mettermi ad utilizzare in maniera precisa e volontaria delle competenze che ho dal punto di vista professionale perché <strong>altererei sicuramente la relazione</strong>: giustamente le persone non mi permettono di usarle, non me lo permettono perché non è giusto, perché ci sono altri tipi di regole che governano quel tipo di relazione e quindi tendenzialmente non vengono mai applicate queste competenze al di fuori della stanza di terapia. </span></p>
<p><span style="font-size: 1rem;">Può accadere però che si esca dal campo della volontà e si entri nel <strong>campo dell&#8217;automazione o dell&#8217;inconscio</strong>, dell&#8217;istinto: in questo caso certe osservazioni nascono non perché io metto volutamente l&#8217;attenzione su qualcosa ma perché inevitabilmente, proprio per la forma mentis che ho, sono portato a vederle. In questo caso inevitabilmente molte cose vengono osservate, molte cose vengono percepite: dico spesso che fare una scuola di psicoterapia è una grandissima risorsa, perché permette di aumentare per cento la capacità penetrativa appunto del proprio pensiero, della propria capacità di osservazione, ma al tempo stesso è anche una condanna poiché fa <strong>indossare determinate lenti</strong> per interpretare il mondo che poi, però, non ci si può mai più togliere. Quando questa cosa inevitabilmente accade, quello che faccio è semplicemente ignorare le conclusioni che potrei trarne e <strong>sospendere il giudizio</strong>. Come noto che una persona è bionda, posso notare che ha un conflitto con uno dei suoi genitori ma non sono affari miei e non ho nessuna intenzione di entrarci: motivo per cui in realtà c&#8217;è un certo scollegamento tra la vita privata e la vita professionale, poiché la vita professionale è fatta da un intento esplicito, diretto e anche richiesto da parte del paziente di andare ad analizzare alcuni aspetti, di mettere in campo le proprie competenze. Viceversa la vita privata non richiede nulla di tutto questo. </span></p>
<p>The post <a href="https://staging.matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/saperne-di-psicologia-influenza-le-relazioni/">Saperne di psicologia influenza le relazioni?</a> appeared first on <a href="https://staging.matteoradavelli.it">Staging Radavelli</a>.</p>
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