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Differenze tra attacchi di panico e ansia.

Spesso si pensa che ansia e attacchi di panico siano la stessa cosa. In realtà, per quanto nei sintomi questi disturbi si mescolino e si sovrappongano, in una prospettiva clinica ci si trova di fronte a caratteristiche, sintomi e diagnosi diverse. L’ideale, quindi, è capire di cosa si tratta nello specifico, come riconoscerli e distinguerli e come poterli affrontare.

L’ansia, come individuarla?

L’ansia è un disturbo molto diffuso, un insieme di emozioni negative, sensazioni e sentimenti che spesso non dipendono neppure da una motivazione precisa (univoca) e che consistono in uno stato di paura e tensione generalizzato. Può essere legata ad un momento particolare della propria vita o accompagnare una persona nel corso della propria esistenza in modo più costante. Esistono diversi fattori di rischio, tra cui la familiarità, lo stress (non bisogna pensare solo a una situazione negativa quando si parla di stress, anche un evento lieto come la nascita di un bambino può essere una situazione stressante), un evento traumatico o un passato già costellato da episodi ansiosi. Dal DSM, il manuale diagnostico dei disturbi mentali, l’ansia viene identificata come uno stato psichico, sicuramente spiacevole, ma non allarmante di per sé. Quando invece l’ansia diventa cronica e patologica (incide negativamente sulla vita della persona), allora si parla di disturbo d’ansia, con tanto di classificazione sul manuale diagnostico.

Esistono diverse forma d’ansia: l’ansia da separazione, le fobie, il mutismo selettivo, l’ansia sociale, l’agorafobia, l’ansia generalizzata, gli attacchi di panico (notare come questi siano uno dei possibili disturbi d’ansia), l’ansia indotta da sostanze o terapia farmacologica. In ogni caso, per soffermarsi all’ansia, quella non cronica e patologica, coinvolge la maggior parte – se non la totalità – delle persone. Chi non ha mai avvertito ansia prima di un esame? O prima di un appuntamento? O prima di un colloquio? E gli esempi potrebbero davvero essere infiniti. Chiaramente va fatta la debita differenza tra uno stato “normale” e quasi fisiologico di preoccupazione o di allarme, da un disturbo cronico, che va dunque affrontato in modo appropriato. In generale, il mondo scientifico ritiene che si può parlare di un disturbo di ansia quando questo stato psichico persiste per almeno sei mesi. Sei mesi in cui l’ansia è pervasiva, poiché, sia che si presenti a picchi o in forma costante durante il corso della giornata, condiziona fortemente la qualità di vita di chi ne soffre. In un certo senso, banalizzando, è come se il discrimine consistesse nella possibilità (e capacità) di essere padroni dell’ansia oppure no: va bene avere paura (ansia), ma se poi si torna in sé si tratta probabilmente di un episodio, quando invece l’ansia limita la propria vita e non si è più capaci di gestirla probabilmente il disturbo è più serio.

L’ansia può essere anche positiva

C’è un’ansia positiva, definita funzionale, quella che si potrebbe considerare come una spia del livello di attenzione del corpo e della mente verso le aggressioni esterne. Come la paura, anche l’ansia a volte – ma solo a volte – fa bene e non va presa come una patologia. Nel momento in cui, infatti, si percepisce un pericolo o una minaccia, si prova paura e tensione si attivano fisiologicamente delle reazioni a catena, che fungono da meccanismi di difesa. Gli occhi si aprono di più (per vedere meglio), alcuni gruppi muscolari (sopratutto gli arti inferiori) si attivano, pronti a scattare, la nostra capacità di concentrazione aumenta per un breve periodo, etc.. Molti studi scientifici hanno dimostrato che un livello normale di ansia aiuterebbe addirittura la prestazione, proprio migliorando la concentrazione, la lucidità e la veglia.

I sintomi dell’ansia

Tuttavia, molto più spesso si parla di disturbo di ansia. Quando l’ansia è disfunzionale, ci sono sintomi da considerare generici, poiché compaiono quasi sempre:

  • preoccupazione eccessiva e persistente;

  • incapacità di gestire l’ansia e controllare la preoccupazione;

  • irritabilità e/o irrequietezza;

  • stanchezza cronica;

  • mancanza/difficoltà di concentrazione;

  • dolori cronici a livello articolare e muscolare, concentrati soprattutto sul collo e sulla schiena;

  • disturbi del sonno e risvegli violenti;

  • aumento della pressione sanguigna;

  • abbassamento delle difese immunitarie;

  • indebolimento del sistema gastro-intestinale;

  • senso di paura;

  • tendenza a voler fuggire;

  • mancanza di aria;

  • nausea e inappetenza;

  • bocca secca;

  • senso di oppressione al petto;

  • confusione mentale.

La lista potrebbe continuare. in ogni caso i sintomi vengono individuati come cognitivi, fisici, emotivi e comportamentali a seconda della sfera che vanno a condizionare.

Il panico, i sintomi

Il panico è un attacco di ansia, molto più intenso. Una crisi acuta, uno stato psichico forte. In genere, un attacco di panico è temporaneo, piuttosto rapido, ma molto intenso e porta con sé conseguenze e manifestazioni sia fisiche, che psichiche importanti. L’ansia e l’angoscia in questo caso sono molto elevate e concentrate in un breve lasso di tempo; in genere si presentano senza preavviso. Un attacco di panico viene individuato quando compaiono contemporaneamente almeno 4 tra i seguenti sintomi:

  • tachicardia;

  • iper-sudorazione;

  • iper-ventilazione e mancanza di aria;

  • tremori e/o spasmi;

  • sensazione di soffocamento o asfissia;

  • senso di oppressione al petto;

  • nausea e/o vomito;

  • problemi gastro-intestinali;

  • senso di svenimento o sbandamento;

  • depersonalizzazione (la sensazione di essere fuori di sé);

  • paura di morire o di impazzire;

  • brividi e/o vampate;

Un attacco di panico raramente rimane un episodio singolo, se non si agisce sulle cause che lo hanno scatenato, quasi sicuramente se ne presenteranno degli altri con modalità simili.

Questo problema viene classificato come un vero disturbo di panico quando gli attacchi diventano ricorrenti e quando tra un attacco e l’altro si presentano angoscia e ansia o, comunque, emozioni negative legate alla paura stessa che se ne verifichi un altro. Questo può incidere sulla tendenza a isolarsi, scatenando ulteriori paure. Un attacco di panico può essere talmente violento da spaventare la persona che lo sta vivendo (e chi lo circonda) al punto da essere scambiato per un infarto.

Ansia e panico, quali differenze?

Come anticipato sono disturbi appartenenti alla stessa “categoria”. L’ansia, nonostante condivida dei sintomi con l’attacco di panico può essere considerata o meno (in base ai criteri descritti) una condizione patologia, mentre gli attacchi di panico lo sono per definizione e fanno parte proprio dei disturbi d’ansia. Per il mondo scientifico, esistono classificazioni specifiche e puntuali, ma se si fa riferimento a quello che vive una persona che soffre di ansia o di attacchi di panico, spesso il discrimine più utilizzato è quello dell’entità dell’attacco. Ovvero il panico, anche nell’immaginario comune, è accompagnato da un’angoscia sicuramente più intensa rispetto all’ansia. E’ altrettanto vero però che l’ansia viene spesso immaginata come qualcosa di più subdolo del panico, poiché si insinua facilmente nelle pieghe della vita quotidiana inizialmente quasi in modo impercettibile.

Semplificando, si possono tracciare delle differenze qualitative e quantitative tra ansia e panico. Per la qualità, esse consistono nella sintomatologia che è già stata elencata precedentemente, per la quantità si fa riferimento al tempo e all’intensità degli episodi. L’ansia può comparire e durare a lungo nel corso della giornata, mentre nel panico l’angoscia più intensa durano al massimo una decina di minuti, anche nel caso di più attacchi di panico nel corso della stessa giornata.

Ansia e panico, quale terapia?

Quando si parla di terapia nel caso di ansia e attacchi di panico, si fa riferimento alla necessità di eliminare i sintomi che accompagnano gli attacchi e lo specialista di riferimento è lo psicoterapeuta (che sia esso psicologo o psichiatra). La cura solitamente consiste in un percorso di psicoterapia ed, eventualmente, in una terapia farmacologica. Il primo serve ad affrontare le origini del disagio, risolvendone le cause, mentre la seconda ad alleviare i sintomi.

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Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

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Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

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Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.