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	<title>Disturbo d&#039;ansia da separazione - Staging Radavelli</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 13 Mar 2026 10:10:23 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Comprendere l&#8217;Ansia da Separazione: Cause, Sintomi e Trattamenti</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/ansia/comprendere-lansia-da-separazione-cause-sintomi-e-trattamenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Nov 2023 10:44:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Disturbo d'ansia da separazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cos’è l’ansia da separazione  Il disturbo d&#8217;ansia da separazione è la paura persistente, intensa, e inappropriata, rispetto all&#8217;età di sviluppo, della separazione da una figura di riferimento, da un oggetto o un certo ambiente.  Le ricerche dimostrano che è più frequente nei bambini piccoli e colpisce circa il 2-5 % di questa popolazione. Il disturbo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Cos’è l’ansia da separazione </h2>
<p>Il disturbo d&#8217;ansia da separazione è la paura persistente, intensa, e inappropriata, rispetto all&#8217;età di sviluppo, della separazione da una figura di riferimento, da un oggetto o un certo ambiente. </p>
<p>Le ricerche dimostrano che è più frequente nei bambini piccoli e colpisce circa il 2-5 % di questa popolazione.</p>
<p>Il disturbo d’ansia da separazione nell’adulto può prevedere ansia da separazione coniugale, con il partner come oggetto, oppure ansie per i genitori anziani o soli a casa o angosce nei periodi di distacco dai genitori, come a replicare lo stato ansioso vissuto da piccoli. </p>
<p>E’ frequente che adulti ansiosi siano stati bambini con un disturbo di ansia da separazione e, viceversa, che bambini con disturbo d&#8217;ansia da separazione diventino adulti ansiosi. Tendenzialmente soggetti ansiosi fin da piccoli possono manifestare forme d’ansia da adulti modificando l’oggetto temuto.</p>
<p>Le cause principali le possiamo riscontrare, innanzitutto, in esperienze infantili, iperprotezione, esperienze vissute come traumatiche. Possono concorrere allo sviluppo dell’ansia da separazione anche fattori biologici. Come vedremo, un ruolo fondamentale tuttavia viene giocato dall’attaccamento così come le dinamiche ad esso collegate. </p>
<p>I sintomi comuni dell&#8217;ansia da separazione includono attacchi di panico, sintomi fisici come mal di testa e mal di stomaco e sintomi emotivi come estrema preoccupazione e paura. La comprensione della gamma di manifestazioni comportamentali, emotive e fisiche tipiche di chi soffre di ansia da separazione è essenziale per aiutare gli individui a comprendere e risolvere questo disturbo. </p>
<h2>Fattori biologici e genetici <b></b></h2>
<p>La genetica individuale svolge un ruolo significativo nel determinare le manifestazioni di disagio infantile e giovanile ma quanto conta l’ambiente e quanto conta la genetica?   <b></b></p>
<p>Studi recenti, in continua evoluzione, confermano l’importanza della predisposizione genetica nella reazione della psiche all’esposizione all’ambiente vissuto. Resta ancora da capire attraverso quali specifici meccanismi agisca la predisposizione genetica, tuttavia, in alcuni casi questi meccanismi biologici sono stati approfonditi e sono in fase di continua analisi. Tra le principali affermazioni a riguardo troviamo due studi importanti. </p>
<p>Uno studio, pubblicato nel 2003 su oltre 1000 bambini,  seguiti poi per oltre 20 anni, che erano stati esposti  a situazioni di disagio in famiglia (es. separazione) ha dimostrato che un particolare assetto genetico legato al metabolismo del neurotrasmettitore della serotonina aveva un effetto negativo nello sviluppo di una tolleranza del disagio vissuto. Lo studio evidenzia che la carenza –su base genetica- del trasportatore del neurotrasmettitore serotonina rendeva i soggetti molto più inclini a sviluppare situazioni di disagio psichico non solo in età giovanile ma anche in età adulta. <b></b></p>
<p>Un’altro studio effettuato sui gemelli dall’Università Vita Salute San Raffaele di Milano ha invece dimostrato che il distacco, anche di uno solo dei due genitori aumenta, in bambini geneticamente vulnerabili, il rischio di sviluppare attacchi di panico e sintomi ansiosi, da adulti. Il concetto di distacco prevedeva sia il trasferimento, la separazione, il decesso o il momentaneo allontanamento per lavoro. <b></b></p>
<h2>Fattori ambientali</h2>
<p>La causa effettiva del disturbo d’ansia da separazione non è conosciuta, sebbene alcuni fattori di rischio siano stati identificati. L’esordio del disturbo può avvenire in seguito ad un evento  particolarmente stressante come un trasloco, separazione, malattie del bambino o di un familiare, morte di un animale domestico, morte di un genitore, incidenti che hanno coinvolto la famiglia, furti in casa. <b></b></p>
<p>Il disturbo può emergere in modo totalmente transitorio poiché dovuto a cambiamenti e trasformazioni dettate dalla crescita, tuttavia sono le reazioni dell’ambiente e i tentativi autonomi di risoluzione, che possono stabilizzare il problema che potrebbe assumere caratteristiche patologiche. <b></b></p>
<p>Generalmente le caratteristiche dei bambini che sviluppano questo disturbo sono: estrema diligenza, scrupolosità, attenzione eccessiva a quanto accade nel loro ambiente di vita, forte desiderio di compiacere, tendenza al conformismo.  Le famiglie, generalmente, tendono ad essere molto unite ed accudenti ed i bambini spesso sembrano oggetto di eccessiva attenzione e preoccupazione da parte dei genitori.</p>
<h2>Segni e sintomi del disturbo d&#8217;ansia da separazione</h2>
<p>Il disturbo d’ansia da separazione è il disturbo più frequente nei bambini sotto i 12 anni e lo riconosciamo per le difficoltà del bambino (o di un adulto) di allontanarsi dalla casa o dalle figure di riferimento. La probabilità di esserne interessati diminuisce passando dall&#8217;infanzia all&#8217;adolescenza, all&#8217;età adulta, mentre è paragonabile in maschi e femmine. </p>
<p>A differenza delle paure e preoccupazioni transitorie che i bambini\adolescenti\adulti possono sperimentare negli occasionali allontanamenti, il disturbo d’ansia di separazione può influenzare notevolmente la vita di una persona, limitandone la capacità di impegnarsi in attività quotidiane.</p>
<h3>Sintomi fisici</h3>
<p>Tra i sintomi fisici attraverso i quali riconosciamo un disturbo d’ansia da separazione troviamo: mal di pancia, vertigini, battito cardiaco accelerato, respiro corto e sudorazione. La manifestazione di questi disturbi fisici varia in base all’età: in adolescenza è più comune riscontrare palpitazioni, mancanza d’aria e cefalea, attacchi di panico. <b></b></p>
<h3>Sintomi comportamentali</h3>
<p>Alcuni sintomi comportamentali sono caratteristici di questo specifico disturbo. Tendenzialmente, bimbi piccoli, faticano ad esprimere una paura determinata esprimendo la fatica sostenendo di non volere, per esempio, andare a scuola. I bambini più grandi e gli adolescenti riescono invece a descrivere le loro preoccupazioni come qualcosa di “brutto” che potrebbe accadere a loro o ai genitori.</p>
<p>Preoccupazioni comuni sono: “E se succedesse qualcosa di brutto a mamma o a papà?”, “e se mi perdessi?”, “E se non mi venisse a prendere a scuola?”.</p>
<h3>Sintomi emotivi</h3>
<p>Pianti, aggrapparsi ai genitori, scatti di rabbia sono invece sintomi emotivi dell’ansia da separazione. Tra questi riconosciamo anche la difficoltà ad addormentarsi da soli, frequenti incubi di separazione o morte di persone care. I bambini potrebbero pronunciare frasi come: “non lasciarmi solo”, “non andartene&#8221;. </p>
<p>I bambini che soffrono di ansia da separazione potrebbero rifiutarsi di dormire in camera da soli, stare a scuola o partecipare alle attività senza qualcuno di fidato vicino. </p>
<p>I sintomi emotivi variano leggermente invece in adolescenza, fase in cui tale disturbo è meno comune, in cui tuttavia i ragazzi potrebbero esserne colpiti in momenti di particolare stress come il divorzio dei genitori o la perdita di una persona cara.  Da un momento all’altro potrebbero fare fatica ad andare a dormire a casa dei loro amici, andare a scuola, utilizzare mezzi pubblici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="breadcrumbs">
<a href="https://staging.matteoradavelli.it/ansia/come-riconoscere-il-disturbo-dansia-da-separazione-negli-adulti/">Per approfondire come riconoscere il disturbo d&#8217;ansia da separazione negli adulti, vai a questo articolo >></a>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Diagnosi del Disturbo d&#8217; Ansia da Separazione<b></b></h2>
<p>Arriviamo alla domanda più richiesta, come capiamo se è ansia da separazione? Come effettuiamo la diagnosi? Per rispondere ci affidiamo ai manuali diagnostici (DSM-5, APA 2013) che ci dicono che: </p>
<p>Il disturbo d’ansia da separazione è una paura o ansia eccessiva e inappropriata rispetto allo stadio di sviluppo che riguarda la separazione dalle figure di attaccamento, devono essere soddisfatti 3 (o più) dei seguenti criteri:</p>
<ol>
<li aria-level="1">
<p>Ricorrente ed eccessivo disagio quando ci si aspetta o si vive la separazione da casa o dalle principali figure di attaccamento.</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita delle figure di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso, come malattie, ferite, catastrofi o morte.</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento imprevisto comporti separazione dalla principale figura di attaccamento (per es., perdersi, essere rapito, avere un incidente, ammalarsi).</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>Persistente riluttanza o rifiuto di uscire di casa per andare a scuola, al lavoro o altrove per paura della separazione.</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>Persistente ed eccessiva paura di, o riluttanza a, stare da soli o senza le principali figure di attaccamento a casa o in altri ambienti.</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>Persistente riluttanza o rifiuto di dormire fuori casa o di andare a dormire senza avere vicino una delle principali figure di attaccamento.</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>Ripetuti incubi che implicano il tema della separazione.</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>Ripetute lamentele di sintomi fisici (per es., mal di testa, dolori di stomaco, nausea, vomito) quando si verifica o si prevede la separazione dalle principali figure di attaccamento.</p>
</li>
</ol>
<p>B. La paura, l&#8217;ansia o l&#8217;evitamento sono persistenti, con una durata di almeno 4 settimane nei bambini e adolescenti, e tipicamente 6 mesi o più negli adulti.</p>
<p>C. Il disturbo causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.</p>
<p>D. Il disturbo non è meglio spiegato da un altro disturbo mentale. </p>
<p>Una diagnosi accurata, l’approfondimento del disagio nel contesto vissuto e sperimentato e un trattamento adeguato sono essenziali per aiutare i bambini, gli adulti e le loro famiglie, con Disturbo d&#8217;ansia da separazione a risolvere i sintomi e a migliorare il loro funzionamento generale.</p>
<p><b id="docs-internal-guid-6dcd0360-7fff-9aa6-4d0c-04de86646ada"></p>
<p></b></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Sindrome dell&#8217;abbandono e autostima: rompere il ciclo</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/ansia/sindrome-dellabbandono-e-autostima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Nov 2023 10:25:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Disturbo d'ansia da separazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bassa autostima e psicologia: uscire dal circolo vizioso L&#8217;autostima si sviluppa nel corso della nostra vita, fin dai primi interscambi del bambino con le sue figure di accudimento, avere una bassa autostima prevede poca fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.  Tra gli elementi che la caratterizzano troviamo la fatica nell’esprimere i propri bisogni [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Bassa autostima e psicologia: uscire dal circolo vizioso</h2>
<p>L&#8217;autostima si sviluppa nel corso della nostra vita, fin dai primi interscambi del bambino con le sue figure di accudimento, avere una bassa autostima prevede poca fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. </p>
<p>Tra gli elementi che la caratterizzano troviamo la fatica nell’esprimere i propri bisogni e il porsi costantemente sempre in dubbio. <b></b></p>
<p>La bassa autostima, come vedremo, ha una correlazione con sintomatologie depressive e ansiose tuttavia ci chiediamo quale sia la causa e quale la conseguenza: ansia e depressione generano una bassa autostima o viceversa? </p>
<h3>I sintomi di una bassa autostima</h3>
<p>Una bassa autostima implica una sensazione di scarsa fiducia in se stessi e nelle proprie abilità. Le sensazioni dominanti sono: incompetenza e inadeguatezza, timore di sbagliare e deludere. La sensazione quindi di sentirsi costantemente in difetto. </p>
<p>Avere bassa autostima influenza inevitabilmente emozioni, pensieri, comportamento e atteggiamento, inoltre i segnali lanciati da coloro i quali si percepiscono incompetenti possono essere allo stesso tempo plateali ma anche estremamente sottili.  <b></b></p>
<p>Quali sono tuttavia gli aspetti principali a cui prestare attenzione? <b></b></p>
<p>Innanzitutto la mancanza di fiducia in se stessi è un elemento evidente e prevalente poiché le persone con poca fiducia in se stesse tendono ad avere una mancanza di autostima e viceversa. Avere fiducia in se stessi porta inevitabilmente ad avere fiducia nel proprio valore, qualora manchi la fiducia inevitabilmente emerge la percezione di incapacità. <b></b></p>
<p>Le persone che hanno una bassa autostima spesso sentono di avere poco controllo sulla loro vita, o su ciò che accade loro, oltre che difficoltà di confronto con gli altri poiché il confronto spesso esita in un’auto svalutazione. </p>
<p>Avere difficoltà con l’autostima porta con sé anche fatica nell’esprimere i propri bisogni: esprimere dei bisogni ad alta voce chiedendo quindi aiuto può portare la persona a sperimentare disagio e vergogna, a fronte del bisogno di sostegno e aiuto. </p>
<p>La difficoltà nell’esprimere i propri bisogni fa spesso tandem con la presenza di preoccupazioni e dubbi costanti: dopo aver preso una decisione, la persona con bassa autostima, si chiede in continuazione se la decisione è giusta o sbagliata affidandosi spesso a pareri altrui non fidandosi del proprio punto di vista sminuendolo. </p>
<p>La persona con bassa autostima difficilmente accetta un commento positivo poiché a fronte di un punto di vista negativo su se stessi difficilmente si coglie e accetta un parere differente. Allo stesso tempo infatti c’è la tendenza nel parlare di se stessi in termini negativi mettendo in evidenza i difetti poiché i pregi non vengono percepiti.  </p>
<p>La paura del fallimento è un elemento fondamentale per comprendere la bassa autostima, non avendo infatti un parere positivo in merito alle proprie abilità coloro i quali mancano di autostima spesso evitano le sfide non dando alcuna possibilità a se stessi. Questo spesso conduce a forme di autosabotaggio poichè il futuro è opaco, nero, e non si vedono possibilità di miglioramento. La paura del fallimento è connessa quindi a forme di autosabotaggio così come al compiacere gli altri, poiché non sentendosi all’altezza di nulla si tende a cercare la conferma di se stessi all’esterno.  Forme di bassa autostima portano da un lato a cercare la vicinanza, conferma e compiacimento altrui così come all’isolamento sociale poiché attraverso di esso ci si sottrae al confronto dal quale si emergerebbe inevitabilmente come falliti. </p>
<p>Depressione e Autostima sono inevitabilmente connesse l’una all’altra. Depressione e bassa autostima sono fra le cause più diffuse di sofferenza psicologica e spingono spesso le persone a chiedere aiuto ad uno psicologo. Molto spesso depressione e ansia sono connesse a forme di bassa autostima, tuttavia quale dei due è la causa dell’altro? </p>
<p>Per rispondere a questa domanda prendiamo in considerazione alcuni studi scientifici in merito che confermano, innanzitutto, che tra depressione\ansia e autostima c’è una forte correlazione. </p>
<p>La depressione è un disturbo dell’umore che prevede la sensazione di non riuscire a svolgere normali attività quotidiane, attività che in precedenza venivano svolte con piacere, oltre che la sensazione di anedonia, stanchezza e apatia. La valutazione di se stessi in modo negativo dettata dalla bassa autostima porta con se fortissimi dubbi, incertezze, domande, rimugini aspetti che ostacolano vivere positivamente la quotidianità. Le insicurezze e i dubbi spesso svuotano, privano di energie psicologiche, situazioni che possono condurre ad emozioni simili alla depressione. </p>
<p>Le ricerche quindi confermano che un soggetto che ha una visione negativa di se stesso ha infatti più possibilità di cadere in depressione. Viceversa, vi sono minori probabilità che la depressione possa portare alla scarsa autostima. Tuttavia, gli studiosi ammettono che possono esserci delle eccezioni.</p>
<h2>Bassa autostima e relazioni: Cosa significa avere una buona autostima in amore? </h2>
<p>Avere una buona autostima in amore significa trovare equilibrio tra il non sentirsi all’altezza quindi sotto-stimarsi e all’opposto sovra-stimarsi eccessivamente: è solo grazie a questo equilibrio che è possibile trovare e costruire un incastro di coppia che permette di essere efficaci in merito agli obiettivi della coppia stessa. </p>
<p>Possiamo immaginare l’autostima come un continuum, ad un estremo abbiamo un’eccessiva bassa autostima e all’opposto autostima “ipertrofica” quindi alta. Coloro i quali si trovano in quest’ultimo polo spesso non lasciano spazio all’altro e sentono il bisogno di ammirazione e di lode, il partner diventa spesso uno specchio in cui riflettersi. Di contro il partner con una bassa autostima porta nella coppia le proprie insicurezze, aspetti che minano la relazione. Spesso inoltre una bassa autostima può portare la persona a cercare eccessive conferme nel partner. <b></b></p>
<p>E’ importante tenere presente che i meccanismi provocati dalla bassa autostima come il non credere in se stessi danno spesso vita ad un circolo vizioso da cui uscire è spesso complicato: sentirsi incapaci spesso conduce all’isolamento e alla solitudine aspetto che alimenta a sua volta la bassa autostima. Viene generato quindi un meccanismo autoperpetuante. La carenza di relazioni, a sua volta, conduce a tristezza e solitudine e, quindi, a diminuire nuovamente la propria autostima così come avere il timore costante di essere lasciati soli, abbandonati. </p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="breadcrumbs">
<a href="https://staging.matteoradavelli.it/ansia/comprendere-lansia-da-separazione-cause-sintomi-e-trattamenti/">Per una comprensione più completa dell&#8217;ansia da separazione, inclusi cause e trattamenti, leggi questo articolo >></a>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Cos&#8217;è la sindrome da abbandono?</h2>
<p>La sindrome da abbandono è un insieme di sintomi e reazioni emotive che si manifestano quando una persona teme di essere abbandonata o respinta dagli altri. Questa sindrome può essere collegata alla bassa autostima, poiché spesso le persone con bassa autostima hanno una maggiore sensibilità al rifiuto e alla perdita delle relazioni</p>
<h3>Cause della sindrome da abbandono</h3>
<p>Si definisce “abbandono” l’atto di lasciare definitivamente qualcosa o qualcuno, ma è anche sinonimo di rinuncia e trascuratezza. Uno dei bisogni fondamentali dell’uomo è quello di vivere insieme ai propri simili, è insito nella genetica umana costruire e mantenere relazioni affettive significative. La conseguenza diretta è che la paura e il timore della solitudine e dell’abbandono siano una delle più frequenti sperimentate. <b></b></p>
<p>La paura dell&#8217;abbandono, insita nella natura dell’essere umano, porta con sé il timore dell’isolamento, dell’essere soli e dimenticati, di non avere più nessuno che si prende cura di noi. Tuttavia, se durante l’infanzia il bambino ha vissuto il processo di separazione dalla madre e/o dalle figure fondamentali di riferimento con facilità, senza forti scossoni o traumi, in età adulta saprà gestire in modo migliore le varie separazioni (fisiche e psichiche) cui potrà andare incontro, costruire quindi legami affettivi stabili. <b></b></p>
<p>Per approfondire le cause della sindrome dell’abbandono  possiamo evidenziare che questa paura potrebbe essere generata dall’assenza di quel processo che Margaret Mahler ha definito “separazione- individuazione”.  <b></b></p>
<p>Questo è infatti un processo intrapsichico costruito da due percorsi di sviluppo che si intrecciano tra loro e che non sempre procedono contemporaneamente. <b></b></p>
<p>“L’individuazione” è quel processo che prevede l’evoluzione dell’autonomia, in particolare autonomia nella percezione, esame di realtà, memoria; si parla invece di “separazione” quando ci riferiamo a quel processo di differenziazione dall’altro, genitore o figura di riferimento, attraverso l’impostazione di confini sani. <b></b></p>
<p>Qualora il processo di “individuazione e separazione” venga interrotto o non si concluda l’individuo sarà in difficoltà nel percepirsi autonomo, capace, autosufficiente e separato dall’individuo che lo ha generato e cresciuto pertanto terrorizzato all’idea di essere lasciato solo.   <b></b></p>
<h2>Sintomi della sindrome da abbandono</h2>
<p>L’ansia da separazione è un elemento estremamente frequente nello sviluppo dei neonati e bambini, raggiunge tendenzialmente il picco tra i 10 e i 18 mesi e potrebbe durare fino ai tre anni del bambino. L’espressione della preoccupazione di essere lasciati soli e abbandonati è estremamente frequente tuttavia diviene problematica quando la sintomatologia persiste per un periodo di 4 anni.   </p>
<p>Ci sono alcuni segnali che rendono riconoscibile la sindrome d’abbandono nonostante non sia così facilmente distinguibile dalla tendenza dei piccoli nell’avere timore di essere lasciati soli. <b></b></p>
<p>L’ipercontrollo e il bisogno di sapere costantemente cosa sta facendo o cosa prova l’altra persona è un aspetto prevalente connesso al tentativo di far sentire l’altro responsabile della propria felicità e\o infelicità quindi ricatto emotivo.  La manipolazione è un’altra tendenza che porta il partner a modificare pensieri e comportamenti a discapito dell’autenticità, in connessione al vittimismo poiché coloro che soffrono di sindrome dell’abbandono tendono, attraverso di esso, ad attirare l’attenzione altrui.  <b></b></p>
<p>La sindrome dell’abbandono inoltre prevede alcuni sintomi psicologici, fisici e comportamentali tra i quali:  </p>
<ul>
<li aria-level="1">
<p>paura di prendere posizioni nette</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>difficoltà nel prendere decisioni importanti e il bisogno di chiedere consigli in continuazione</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>difficoltà a lasciare </p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>ipersensibilità alle critiche </p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>paura di non essere ascoltati</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>difficoltà nel fidarsi e nello stringere legami affettivi di qualsiasi natura</p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>rabbia e attacchi d’ira </p>
</li>
<li aria-level="1">
<p>attacchi d’ansia e di pianto </p>
</li>
</ul>
<h2>Diagnosi e trattamento della sindrome da abbandono</h2>
<p>Per effettuare una diagnosi di Sindrome dell’Abbandono è fondamentale rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta nonché ad un centro esperti in questo. Non esistono infatti test costruiti ad hoc tuttavia ci sono forme di test utilizzabili allo scopo. In associazione a ciò è importantissimo affidarsi ad un percorso di terapia grazie al quale sperimentare una relazione, la relazione terapeutica, in cui sentirsi al sicuro nell’esplorare le proprie emozioni. </p>
<h3>Processo diagnostico della sindrome da abbandono e opzioni di trattamento<b></b></h3>
<p>Non esistono dei veri e propri test diagnostici per la sindrome da abbandono, tuttavia lo psicologo ha a disposizione alcuni strumenti che possono essere utili nell’osservare dinamiche relazionali ripetitive e rigide. </p>
<p>In questo senso il colloquio clinico e la relazione paziente-terapeuta si rivelano preziosi strumenti, che permettono di esplorare come ci si rappresenta in relazione all’altro, ma anche l’emergere di specifiche dinamiche relazionali. Alcuni momenti del percorso di terapia, come ad esempio allungare il tempo tra un colloquio e il successivo, possono infatti portare il paziente a sentirsi abbandonato. </p>
<p>Un eventuale modalità per effettuare un test per la paura dell’abbandono è la valutazione dello stile di attaccamento, che negli adulti viene realizzata attraverso strumenti come l’Adult Attachment Interview. Questo è uno strumento realizzato da George, Kaplan e Main (1987) ed è un questionario semi-strutturato in cui si registrano delle interviste che saranno classificate secondo diversi parametri. Attraverso questo strumento sono stati definiti tre modelli di rappresentazione interna del sé e delle figure di attaccamento in età adulta. </p>
<p>Risulta tuttavia fondamentale rivolgersi ad un professionista, psicologo psicoterapeuta, per effettuare un percorso di psicoterapia che incoraggia l’emergere di determinati contenuti e processi. Attraverso la psicoterapia si può portare alla luce i pattern relazionali interiorizzati delle prime esperienze significative, per esempio con i propri genitori all’interno del proprio ambiente di vita e come questi poi sono stati replicati in età adulta. Questi legami possono essere compresi, approfonditi e rivissuti grazie alla relazione terapeutica, esperienza emotiva fondamentale. </p>
<p>Grazie allo stabilirsi della relazione terapeutica è possibile creare uno spazio in cui concedersi affetti difficili da raccontare, prima inconsci. E’ possibile infatti affrontare la paura di perdere una persona, come superare l&#8217;abbandono presunto e aspettato e le emozioni conseguenti, facendo affidamento sulla relazione sicura con il terapeuta. </p>
<p>Grazie alla psicoterapia inoltre si possono ristrutturare confini sani nelle relazioni che permettono di evitare forme di co-dipendenza, ovvero comportamenti tesi alla ricerca di compiacimento, aspetto che ostacola la creazione di relazioni sane. <b id="docs-internal-guid-b26d1640-7fff-6d89-3dda-d44e134d65b9"><br /></b></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Sindrome dell&#8217;abbandono e stili di attaccamento nei bambini</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/ansia/il-legame-tra-sindrome-abbandonica-e-stili-di-attaccamento-nei-bambini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2023 06:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Disturbo d'ansia da separazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sindrome dell’abbandono è una delle condizioni psicologiche che incontro più frequentemente nel mio lavoro clinico. Si manifesta come una paura profonda e persistente di essere lasciati, rifiutati o dimenticati dalle persone significative della propria vita — il partner, un genitore, un amico stretto. Non si tratta di una semplice preoccupazione passeggera: chi vive questa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>sindrome dell’abbandono</strong> è una delle condizioni psicologiche che incontro più frequentemente nel mio lavoro clinico. Si manifesta come una paura profonda e persistente di essere lasciati, rifiutati o dimenticati dalle persone significative della propria vita — il partner, un genitore, un amico stretto. Non si tratta di una semplice preoccupazione passeggera: chi vive questa condizione sperimenta un’<strong>angoscia abbandonica</strong> che può condizionare ogni relazione, ogni scelta, ogni giornata.</p>
<p>In questo articolo approfondisco i temi che ho trattato nel video qui sopra. Vedremo insieme cos’è esattamente la sindrome dell’abbandono, quali sono le sue cause — spesso radicate nell’infanzia —, come si manifesta negli adulti e nei bambini, e soprattutto cosa si può fare per superarla. Se ti riconosci in queste parole, sappi che non sei solo e che un percorso di cambiamento è possibile.</p>

<h2>Cos’è la sindrome dell’abbandono</h2>
<p>La sindrome dell’abbandono è una condizione psicologica caratterizzata da un timore intenso e pervasivo di essere abbandonati, rifiutati o lasciati soli dalle figure affettive di riferimento. Questa paura genera angoscia, ipervigilanza nelle relazioni e comportamenti disfunzionali che possono compromettere significativamente la qualità della vita. <strong>È importante precisare che la sindrome dell’abbandono non è un disturbo codificato nel DSM-5</strong> come diagnosi a sé stante: si tratta di un costrutto clinico riconosciuto nella pratica psicoterapeutica, che descrive un insieme coerente di sintomi emotivi, cognitivi e comportamentali.</p>
<p>Tra i primi a utilizzare il termine «sindrome dell’abbandono» fu lo psicoanalista svizzero Germaine Guex, a metà del Novecento, per indicare un quadro clinico in cui predominano l’angoscia dell’abbandono e il bisogno di sicurezza. Guex sottolineava un aspetto fondamentale: questa condizione non dipende necessariamente da un abbandono reale subito nell’infanzia, ma può derivare da un atteggiamento della figura di riferimento vissuto dal bambino come un rifiuto.</p>
<p>La differenza rispetto a una normale paura della solitudine è nell’<strong>intensità e nella pervasività</strong>: tutti possiamo temere di perdere una persona cara, ma nella sindrome da abbandono questa paura diventa il filtro attraverso cui si interpretano tutte le relazioni. Il soggetto abbandonico vive un profondo senso di abbandono anche quando, oggettivamente, non c’è un reale rischio di perdita. Un messaggio non risposto, un ritardo, un tono di voce diverso dal solito possono scatenare un’angoscia sproporzionata.</p>
<h2>Quali sono le cause della sindrome dell’abbandono</h2>
<p>Le cause della sindrome dell’abbandono sono quasi sempre riconducibili a esperienze precoci che hanno compromesso la costruzione di un legame sicuro con le figure di riferimento. Non esiste una causa unica: si tratta di una combinazione di fattori che interagiscono tra loro nel corso dello sviluppo.</p>
<h3>Traumi infantili e abbandono genitoriale</h3>
<p>La causa più frequente è un <strong>trauma da abbandono</strong> vissuto nell’infanzia. Può trattarsi di un abbandono fisico reale — un genitore che se ne va, una separazione traumatica, la perdita di una figura di riferimento — oppure di un abbandono emotivo, meno visibile ma altrettanto doloroso: un genitore presente fisicamente ma assente sul piano affettivo, incapace di sintonizzarsi sui bisogni emotivi del bambino.</p>
<p>Nella mia esperienza clinica, l’<strong>abbandono del padre</strong> o della madre non deve essere necessariamente drammatico per lasciare un segno profondo. Anche situazioni apparentemente “normali” come una separazione gestita male tra i genitori, lunghi periodi di assenza per motivi lavorativi o una malattia che allontana il genitore possono generare nel bambino la convinzione di non poter contare su nessuno. Da questa ferita precoce si sviluppa la paura di essere abbandonati che, se non elaborata, può trasformarsi in una vera e propria fobia dell’abbandono — un’angoscia da abbandono così intensa da condizionare ogni relazione significativa.</p>
<h3>Stile di attaccamento insicuro</h3>
<p>Secondo la <strong>teoria dell’attaccamento di John Bowlby</strong>, il legame che si forma tra il bambino e la figura di accudimento principale è il modello su cui si costruiscono tutte le relazioni future. Quando questo legame è caratterizzato da incoerenza, trascuratezza o imprevedibilità, il bambino sviluppa uno <strong>stile di attaccamento insicuro</strong> che porterà con sé nell’età adulta.</p>
<p>Le ricerche stimano che circa il 40% della popolazione adulta presenti uno <a href="https://staging.matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/gli-stili-di-attaccamento/">stile di attaccamento insicuro</a>, nelle sue diverse forme: evitante, ansioso-ambivalente o disorganizzato. Questo dato, emerso da ampi studi epidemiologici come il National Comorbidity Survey statunitense, ci dice quanto sia diffusa questa vulnerabilità.</p>
<h3>Esperienze relazionali traumatiche in età adulta</h3>
<p>Non tutte le radici della sindrome abbandonica affondano nell’infanzia. Anche in età adulta, esperienze come la fine improvvisa di una relazione importante, il <em>ghosting</em> (l’interruzione di ogni contatto senza spiegazione), un lutto improvviso o un tradimento possono riattivare o generare ex novo una paura dell’abbandono intensa e debilitante.</p>
<h3>Fattori temperamentali e sensibilità individuale</h3>
<p>Esiste anche una componente temperamentale: alcune persone nascono con una maggiore sensibilità emotiva e reattività allo stress, che le rende più vulnerabili agli effetti delle esperienze negative. Questa predisposizione, combinata con un ambiente familiare instabile, crea il terreno ideale per lo sviluppo della sindrome abbandonica.</p>
<h2>Sintomi e manifestazioni: come riconoscere la sindrome dell’abbandono</h2>
<p>La sindrome dell’abbandono si manifesta attraverso un insieme di sintomi emotivi, cognitivi e comportamentali che si influenzano reciprocamente, creando spesso un circolo vizioso difficile da interrompere senza un aiuto professionale. Quello che osservo nei pazienti che seguo è che questi sintomi raramente si presentano isolati: tendono a formare un pattern riconoscibile che invade diverse aree della vita.</p>
<h3>Sintomi emotivi</h3>
<p>•        <strong>Angoscia abbandonica</strong>: un senso di paura profonda e costante all’idea di perdere le persone amate, che può emergere anche in assenza di segnali reali di allontanamento</p>
<p>•        <strong>Ansia da abbandono</strong>: stato di allarme persistente, con ipervigilanza verso qualsiasi segnale che possa indicare un possibile distacco</p>
<p>•        <strong>Crisi di abbandono</strong>: episodi acuti di angoscia, pianto inconsolabile o rabbia intensa scatenati da separazioni anche brevi o da percezioni di rifiuto</p>
<p>•        <strong>Senso di vuoto</strong>: una sensazione cronica di incompletezza, come se mancasse sempre qualcosa di essenziale</p>
<p>•        <strong>Depressione da abbandono</strong>: tristezza profonda, perdita di motivazione e di interesse per le attività quotidiane</p>
<h3>Sintomi cognitivi</h3>
<p>•        <strong>Pensiero catastrofico</strong>: la tendenza a interpretare ogni ambiguità relazionale come conferma dell’imminente abbandono (“non mi ha risposto, quindi non gli importa di me”)</p>
<p>•        <strong>Ipervigilanza relazionale</strong>: monitoraggio costante del comportamento dell’altro, alla ricerca di “prove” del suo distacco</p>
<p>•        <a href="https://staging.matteoradavelli.it/ansia/sindrome-dellabbandono-e-autostima/"><strong>Bassa autostima e senso di inadeguatezza</strong></a>: la convinzione profonda di non essere degni di amore e di meritare l’abbandono</p>
<p>•        <strong>Ruminazione</strong>: pensieri ripetitivi e intrusivi sulla possibilità di essere lasciati</p>
<h3>Sintomi comportamentali</h3>
<p>•        <strong>Dipendenza affettiva</strong>: un bisogno eccessivo di rassicurazioni, conferme e vicinanza costante dal partner o dalle figure di riferimento</p>
<p>•        <strong>Controllo eccessivo</strong>: il bisogno di sapere sempre dove si trova l’altro, cosa fa, con chi è</p>
<p>•        <strong>Sabotaggio relazionale</strong>: paradossalmente, la paura di essere abbandonati porta spesso a comportamenti che provocano proprio ciò che si teme — gelosia eccessiva, accuse infondate, allontanamento preventivo</p>
<p>•        <strong>Evitamento delle relazioni</strong>: alcune persone, per proteggersi dal dolore, scelgono di non legarsi affettivamente a nessuno</p>
<p>•        <strong>Ricatto emotivo e vittimismo</strong>: comportamenti manipolativi inconsapevoli, finalizzati a trattenere l’altro attraverso il senso di colpa</p>
<h3>Sintomi fisici</h3>
<p>La sindrome dell’abbandono ha anche manifestazioni somatiche importanti: disturbi del sonno, cefalee frequenti, problemi gastrointestinali, stanchezza cronica, tensione muscolare e, nei momenti più acuti, <a href="https://staging.matteoradavelli.it/ansia/attacchi-di-panico-notturni-4/">veri e propri <strong>attacchi di panico</strong></a>.</p>
<h2>La sindrome dell’abbandono nei bambini</h2>
<p>Nei bambini, la sindrome dell’abbandono si manifesta in modo diverso rispetto agli adulti e va distinta con attenzione dall’<strong>ansia da separazione fisiologica</strong>, che è una tappa normale dello sviluppo. Tutti i bambini attraversano periodi in cui protestano quando il genitore si allontana: è un comportamento sano che segnala un attaccamento in costruzione. Il problema emerge quando questa paura diventa costante, intensa e non si attenua con la crescita.</p>
<h3>Segnali d’allarme da osservare</h3>
<p>•        Ansia e paura costanti di essere lasciati o separati dai genitori, anche in contesti sicuri</p>
<p>•        Comportamenti regressivi: tornare a bagnare il letto, parlare come un bambino più piccolo, rifiutarsi di dormire da solo</p>
<p>•        Difficoltà di concentrazione e calo del rendimento scolastico</p>
<p>•        Sintomi fisici ricorrenti senza causa medica: mal di stomaco, mal di testa, nausea</p>
<p>•        Rabbia e irritabilità eccessive, soprattutto nei momenti di distacco</p>
<p>•        Ritiro sociale o, al contrario, attaccamento eccessivo a un adulto di riferimento</p>
<h3>Abbandono genitoriale: quando un genitore se ne va</h3>
<p>L’<strong>abbandono genitoriale</strong> — che si tratti dell’abbandono del padre o della madre — rappresenta uno dei fattori di rischio più significativi. Non parlo solo dell’abbandono fisico: anche un genitore emotivamente assente, imprevedibile nelle sue risposte affettive o cronicamente indisponibile può generare nel bambino le stesse dinamiche.</p>
<p>Come spiego spesso ai genitori che incontro nel mio lavoro: il bambino non ha gli strumenti cognitivi per comprendere le ragioni dell’assenza di un genitore. Un bambino di tre o cinque anni non può capire che il papà se n’è andato per problemi di coppia, non per colpa sua. Quello che il bambino sente è: “Se ne è andato perché non valgo abbastanza.” Questa convinzione, se non elaborata, può accompagnarlo per tutta la vita.</p>
<h3>Il ruolo degli stili di attaccamento</h3>
<p>La paura dell’abbandono influenza direttamente la formazione degli stili di attaccamento. Un bambino che teme costantemente di essere lasciato può sviluppare un attaccamento evitante (imparando a “non aver bisogno di nessuno” come difesa) oppure un attaccamento ansioso-ambivalente (cercando disperatamente vicinanza ma non riuscendo mai a sentirsi sicuro). Nei casi più gravi, quando l’ambiente è fonte sia di paura che di conforto, si può sviluppare un attaccamento disorganizzato, che la ricerca associa al rischio più elevato di difficoltà psicologiche in età adulta. [LINK INTERNO: ]</p>
<div class="toc__summary"><strong>APPROFONDIMENTO:</strong> <a href="https://staging.matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/stili-dattaccamento-e-relazioni-sentimentali-2/">Stili di attaccamento e relazioni sentimentali</a></div>
<h2>Come la paura dell’abbandono influisce sulle relazioni</h2>
<p>La paura di perdere una persona amata è probabilmente l’ambito in cui la sindrome abbandonica si manifesta con maggiore forza. L’<strong>abbandono in amore</strong> — reale o temuto — attiva ferite profonde che spesso hanno radici antiche, trasformando la relazione di coppia nel terreno dove si giocano le battaglie emotive più intense.</p>
<h3>Pattern relazionali disfunzionali</h3>
<p>Quello che osservo frequentemente nella pratica clinica è un ciclo che si ripete: la persona con sindrome abbandonica entra nella relazione con un grande bisogno di vicinanza e rassicurazione, che inizialmente può essere scambiato per passione o dedizione. Con il tempo, però, il bisogno diventa pressante e il partner inizia a sentirsi controllato e soffocato. Questo genera distanza, che la persona abbandonica interpreta come conferma dei propri timori, aumentando i comportamenti di controllo. È un ciclo che, se non interrotto, porta spesso alla fine della relazione — realizzando proprio la profezia temuta.</p>
<h3>Dipendenza affettiva e gelosia patologica</h3>
<p>La <strong>dipendenza affettiva</strong> è una delle manifestazioni più comuni: la persona costruisce la propria identità e il proprio benessere attorno alla relazione, al punto da non riuscire a concepire la propria esistenza senza il partner. Questo si accompagna frequentemente a una gelosia patologica che non ha basi nella realtà dei fatti, ma nella percezione distorta generata dalla paura dell’abbandono. [LINK INTERNO: dipendenza affettiva]</p>
<h3>Il ciclo ansia-evitamento</h3>
<p>Un aspetto che trovo particolarmente importante è il paradosso di chi, per proteggersi dal dolore dell’abbandono, evita di legarsi. Queste persone possono apparire fredde e distaccate, ma sotto la superficie il meccanismo è lo stesso: la paura di perdere le persone è così intensa che sembra meglio non averne affatto. È una strategia di sopravvivenza che funziona nel breve termine, ma che priva di una delle esperienze più importanti della vita: la connessione autentica con un altro essere umano.</p>
<h2>Sindrome dell’abbandono, ansia e depressione</h2>
<p>La sindrome dell’abbandono raramente si presenta in modo isolato. Nella mia esperienza, la maggior parte delle persone che ne soffre convive anche con sintomi ansiosi o depressivi significativi, in quella che i clinici chiamano <strong>comorbilità</strong>. Comprendere queste connessioni è fondamentale per impostare un percorso terapeutico efficace.</p>
<h3>Ansia abbandonica e disturbo d’ansia</h3>
<p>L’<strong>ansia da abbandono</strong> è il sintomo cardine della sindrome. Quando diventa cronica e pervasiva, può sfociare in un vero e proprio disturbo d’ansia. Il DSM-5 codifica il <strong>Disturbo d’ansia da separazione</strong> (che può essere diagnosticato anche negli adulti, non solo nei bambini), caratterizzato da paura eccessiva e inappropriata riguardo alla separazione da figure di attaccamento. Questo disturbo è correlato ma distinto dalla sindrome abbandonica, che è più ampia e non si limita all’<a href="https://staging.matteoradavelli.it/ansia/come-riconoscere-il-disturbo-dansia-da-separazione-negli-adulti/">ansia da separazione</a>.</p>
<p>La ricerca mostra che le persone con attaccamento insicuro di tipo ansioso hanno un rischio doppio di sviluppare depressione clinica rispetto a chi ha un attaccamento sicuro, e che l’attaccamento evitante si associa a una prevalenza del 40% superiore di disturbi d’ansia.</p>
<h3>Depressione da abbandono</h3>
<p>La <strong>depressione da abbandono</strong> si sviluppa spesso come conseguenza dell’esaurimento emotivo causato dalla vigilanza costante e dalla fatica di relazioni instabili. Le persone abbandonate — o che si percepiscono tali — descrivono una sensazione di vuoto, abulia, perdita del senso della vita. È come se l’energia impiegata per controllare la relazione e prevenire l’abbandono non lasciasse risorse per nient’altro.</p>
<h3>Il collegamento con il disturbo borderline di personalità</h3>
<p>È importante menzionare il legame tra sindrome dell’abbandono e <strong>disturbo borderline di personalità (BPD)</strong>. Il DSM-5-TR include tra i criteri diagnostici del BPD proprio gli “sforzi disperati per evitare un abbandono reale o immaginato”. La paura dell’abbandono nel BPD ha un’intensità estrema e si associa a impulsività, instabilità dell’immagine di sé e disregolazione emotiva severa.</p>
<p>Questo non significa che chi soffre di sindrome dell’abbandono abbia un disturbo borderline. La prevalenza del BPD nella popolazione generale è stimata tra l’1,4% e il 2,7%, mentre la paura dell’abbandono in forme diverse è molto più diffusa. Tuttavia, se i sintomi sono molto intensi, accompagnati da forte impulsività e instabilità nelle relazioni, è importante che un professionista valuti il quadro complessivo.</p>
<h2>Come superare la sindrome dell’abbandono</h2>
<p>Superare la sindrome dell’abbandono è possibile, ma richiede tempo, impegno e nella maggior parte dei casi il supporto di un professionista. Il lavoro non consiste nel eliminare la paura — un certo grado di timore di perdere le persone care è parte dell’esperienza umana — ma nel ridurne l’intensità e soprattutto nel modificare i pattern di pensiero e di comportamento che ne derivano.</p>
<h3>Percorsi terapeutici efficaci</h3>
<p>La <strong>psicoterapia</strong> è il percorso più efficace per affrontare la sindrome dell’abbandono. Diversi approcci hanno dimostrato risultati significativi:</p>
<p>•        <strong>Psicoterapia psicodinamica e psicoanalitica</strong>: esplora le radici profonde della paura dell’abbandono, lavorando sulla relazione terapeutica come luogo in cui sperimentare un legame sicuro e stabile. È particolarmente indicata quando le origini della sindrome sono precoci e profonde</p>
<p>•        <strong>Terapia cognitivo-comportamentale (CBT)</strong>: lavora sulla ristrutturazione dei pensieri catastrofici, sull’esposizione graduale alle situazioni temute e sul miglioramento delle abilità relazionali. La ricerca indica che può migliorare significativamente i sintomi ansiosi associati all’attaccamento insicuro</p>
<p>•        <strong>Schema Therapy</strong>: combina elementi cognitivi, comportamentali e psicodinamici, lavorando specificamente sugli “schemi maladattivi precoci”, tra cui lo schema di abbandono. Studi indicano che può risolvere i pattern di attaccamento insicuro in oltre la metà dei casi trattati</p>
<p>•        <strong>Terapia sistemico-relazionale</strong>: considera il sintomo nel contesto delle relazioni familiari e di coppia, lavorando non solo sull’individuo ma sul sistema di relazioni in cui è inserito. Nel mio lavoro, questo approccio mi permette di coinvolgere anche il partner o la famiglia nel percorso</p>
<h3>Strategie pratiche di consapevolezza</h3>
<p>Accanto al percorso terapeutico, ci sono alcuni passi che possono aiutare nel quotidiano:</p>
<p>•        <strong>Riconoscere il pattern</strong>: il primo passo è diventare consapevoli di quando la paura dell’abbandono si attiva. Imparare a riconoscere i propri “trigger” — quelle situazioni che scatenano l’angoscia — è fondamentale</p>
<p>•        <strong>Distinguere passato e presente</strong>: chiedersi “Questa paura appartiene alla situazione attuale o sto rivivendo qualcosa del passato?” può aiutare a interrompere la reazione automatica</p>
<p>•        <strong>Costruire la tolleranza alla solitudine</strong>: imparare a stare bene con sé stessi è uno degli obiettivi terapeutici più importanti. Non significa isolarsi, ma scoprire di poter esistere anche senza la costante presenza dell’altro</p>
<p>•        <strong>Comunicare i propri bisogni</strong>: esprimere apertamente le proprie paure al partner, senza ricorrere a strategie manipolative, è un passo cruciale verso relazioni più sane</p>
<h3>Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta</h3>
<p>Come spiego spesso ai pazienti, il momento giusto per chiedere aiuto non è quando il dolore diventa insopportabile — è prima. Se riconosci che la paura di essere lasciato condiziona le tue relazioni, se ti accorgi di mettere in atto comportamenti di controllo o di evitamento che non vorresti, se i tuoi rapporti affettivi seguono sempre lo stesso schema doloroso, un percorso di psicoterapia può fare una differenza concreta.</p>
<p>La buona notizia, supportata dalla ricerca, è che <strong>gli stili di attaccamento possono essere modificati anche in età adulta</strong>. Le terapie focalizzate sull’attaccamento hanno dimostrato di poter spostare una quota significativa di persone da uno stile insicuro a uno sicuro, con benefici che si estendono a tutte le aree della vita relazionale.</p>
<h2>Domande frequenti sulla sindrome dell’abbandono</h2>
<h3>Cos’è l’angoscia abbandonica e come si distingue dall’ansia da separazione?</h3>
<p>L’angoscia abbandonica è una paura profonda e radicata di essere abbandonati che permea l’intera vita relazionale della persona, spesso originata da esperienze infantili. L’ansia da separazione è una reazione specifica al distacco da una figura di attaccamento. L’angoscia abbandonica è più ampia e persistente: non si attiva solo al momento della separazione, ma è presente anche quando la relazione è stabile.</p>
<h3>Si può guarire dalla sindrome dell’abbandono?</h3>
<p>Sì, è possibile superare la sindrome dell’abbandono. Il percorso richiede un lavoro terapeutico mirato sulle radici della paura e sulla costruzione di nuovi modelli relazionali. La ricerca mostra che le terapie focalizzate sull’attaccamento possono modificare gli stili insicuri anche in età adulta, migliorando significativamente la qualità delle relazioni e il benessere emotivo.</p>
<h3>La sindrome dell’abbandono è un disturbo riconosciuto dal DSM-5?</h3>
<p>No, la sindrome dell’abbandono non è classificata come diagnosi formale nel DSM-5. È un costrutto clinico utilizzato in psicoterapia per descrivere un insieme coerente di sintomi legati alla paura dell’abbandono. Il DSM-5 riconosce il Disturbo d’ansia da separazione, che è correlato ma distinto.</p>
<h3>Qual è il legame tra sindrome dell’abbandono e dipendenza affettiva?</h3>
<p>La dipendenza affettiva è spesso una conseguenza della sindrome dell’abbandono. La paura di essere lasciati porta a costruire la propria identità attorno alla relazione, rendendo il partner indispensabile per il proprio equilibrio emotivo. Questo crea un legame basato sul bisogno anziché sulla scelta, che è alla base della dipendenza affettiva.</p>
<h3>Come si manifesta la sindrome dell’abbandono in amore?</h3>
<p>Nelle relazioni sentimentali si manifesta con gelosia eccessiva, bisogno costante di rassicurazioni, controllo del partner, difficoltà a tollerare anche brevi separazioni e tendenza a interpretare ogni ambiguità come segnale di abbandono imminente. Paradossalmente, questi comportamenti possono allontanare il partner, realizzando ciò che si teme.</p>
<h3>Il trauma da abbandono infantile può avere conseguenze nella vita adulta?</h3>
<p>Sì, le conseguenze possono essere significative e durature. Un trauma da abbandono non elaborato può portare a difficoltà nel creare relazioni stabili, bassa autostima, vulnerabilità a disturbi d’ansia e depressione, e la tendenza a ripetere pattern relazionali disfunzionali. La psicoterapia è lo strumento più efficace per elaborare questi traumi e interrompere il ciclo.</p>
<p><strong>Se ti riconosci in ciò che hai letto</strong>, se senti che la paura dell’abbandono sta condizionando le tue relazioni e la tua qualità della vita, sappi che non c’è nulla di sbagliato in te. Quella paura ha una storia e un senso, e può essere affrontata. Se vuoi parlarne con me, puoi prenotare un primo colloquio conoscitivo: sarà l’occasione per capire insieme da dove partire.</p>
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		<title>Come riconoscere il disturbo d&#8217;ansia da separazione negli adulti</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/ansia/come-riconoscere-il-disturbo-dansia-da-separazione-negli-adulti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Oct 2023 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Disturbo d'ansia da separazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Definizione del disturbo d&#8217;ansia da separazione Negli ultimi 60 anni molti studi di psicologia hanno evidenziato l’esistenza di una forma di ansia da separazione specifica dell’adulto che può sopraggiungere a qualsiasi età e non sempre è il corrispettivo del disturbo d’ansia da separazione infantile.  Segni e sintomi della condizione Il disturbo d’ansia da separazione, nell’adulto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Definizione del disturbo d&#8217;ansia da separazione</h2>
<p>Negli ultimi 60 anni molti studi di psicologia hanno evidenziato l’esistenza di una forma di ansia da separazione specifica dell’adulto che può sopraggiungere a qualsiasi età e non sempre è il corrispettivo del disturbo d’ansia da separazione infantile. </p>
<h2>Segni e sintomi della condizione</h2>
<p>Il disturbo d’ansia da separazione, nell’adulto come nel bambino, rappresenta una vera e propria angoscia abbandonica: il timore di essere lasciati soli e di perdere il luogo e la persona di riferimento portano il soggetto a mettere in atto comportamenti preventivi come un&#8217;eccessiva vicinanza al coniuge o al genitore. </p>
<p>Dal periodo dell’adolescenza in poi alcune forme di ansia da separazione possono emergere come rifiuto scolastico, paura che possa succedere qualcosa ai genitori oppure una paura più generica in merito all’eventuale accadere di eventi che compromettono legami affettivi importanti. </p>
<p>Insieme a questi sintomi, nell’ansia da separazione dell’adulto, riconosciamo anche manifestazioni tipiche del disturbo infantile come il non voler lasciare un luogo avvertito sicuro e rassicurante, così come il timore di dormire soli da cui problematiche riguardo il sonno. Un elemento importante che identifica l’ansia da separazione in adolescenza\prima età adulta è il non voler lasciare la figura principale d’attaccamento in un periodo, l’adolescenza, in cui tendenzialmente si verifica il comportamento opposto. </p>
<p>Nell’adulto l’ansia da separazione si verifica con il tipico sintomo dell’aver timore di lasciare il proprio luogo sicuro, ciò che principalmente tuttavia la caratterizza è il pensiero anticipatorio. Ancor prima di essere lontani dal proprio luogo sicuro o dalle persone di riferimento l’adulto ha “paura della paura” anticipando l’emozione che poi vivrà. La paura persistente che possa accadere qualcosa di brutto alle figure principali d’attaccamento oppure che possa avvenire un evento che causi una repentina separazioni sono estremamente persistenti nell’adulto che prova ansia da separazione. Il timore per la propria e\o altrui incolumità è una caratteristica di questa condizione poiché rappresenta il timore dell’allontanamento. </p>
<p>Nell’adulto spesso l’ansia da separazione si manifesta con un comportamento di dipendenza dal partner: uno dei due partner si annulla per soddisfare l’altro, che a sua volta tende a mettere distanza. Tendenzialmente l’ansia da separazione rende l’adulto quasi incapace di svolgere compiti quotidiani in autonomia investendo la coppia di responsabilità. </p>
<h2>Cause del disturbo d&#8217;ansia da separazione</h2>
<p>In merito al disturbo d’ansia da separazione nell’adulto possiamo identificare una serie di fattori predisponenti tra cui alcuni genetici, psicologici ed ambientali. </p>
<h2>Fattori genetici, psicologici e ambientali</h2>
<p>E’ verificato da recenti esperimenti la correlazione tra Disturbo da Stress Post Traumatico e Disturbo D&#8217;ansia Da Separazione nell’adulto poichè spesso eventi vissuti come traumatici possono condurre alla sperimentazione di questa tipologia di emozioni. Alcuni eventi come un lutto, un divorzio oppure una separazione, vissuti come traumatici, potrebbero generare una successiva fatica nell’affrontare situazioni di allontanamento e distanza, situazioni che prima dell’evento traumatico venivano affrontate con naturalezza. </p>
<p>Un altro fattore predisponente all’ansia da separazione da adulto è l’aver vissuto ansia da separazione da piccoli. L’adulto che da bambino ha vissuto il timore di essere lasciato solo e abbandonato potrebbe aver sviluppato una forma di sfiducia nei confronti delle relazioni quindi aver inficiato la percezione di sicurezza nelle relazioni. La presenza di un disturbo d’ansia da separazione nell’infanzia, se non approfondito, potrebbe condurre pertanto ad una conseguente difficoltà nell’adulto. </p>
<p>L’ansia da separazione nell’adulto si è visto, in recenti studi, avere una forma di correlazione con altri disturbi dello spettro fobico come il disturbo di panico, l’ansia generalizzata e la dipendenza affettiva. </p>
<p>Da un punto di vista genetico e neurobiologico alcuni filoni di ricerca si sono focalizzati sulle correlazioni tra alcune proteine e l’ossitocina in particolar modo in merito al loro ruolo nell’influenzare funzioni cognitive e comportamentali legate  all’ansia. </p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="breadcrumbs"><a href="https://staging.matteoradavelli.it/ansia/il-legame-tra-sindrome-abbandonica-e-stili-di-attaccamento-nei-bambini/">Per approfondire come gli stili di attaccamento nei bambini possono influenzare l&#8217;ansia da separazione in età adulta, leggi questo articolo >></a></div>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Diagnosi del disturbo d&#8217;ansia da separazione negli adulti</h2>
<h3>Sintomi fisici o comportamenti che potrebbero indicare un disturbo d&#8217;ansia</h3>
<p>Il disturbo d’ansia da separazione nell’adulto può essere riconosciuto attraverso la manifestazione e l’osservazione di determinate reazioni comportamentali. </p>
<p>Innanzitutto la preoccupazione per la separazione può manifestarsi con una paura, quasi ossessiva, in merito all’incolumità fisica e\o psicologica delle persone care. Questa paura può diventare un elemento che interferisce con il normale svolgimento delle attività quotidiane. </p>
<p>La dipendenza da una persona di riferimento e la conseguente fatica nel passare del tempo soli, lontani da essa, come dormire soli è un elemento fondamentale per riconoscere l’ansia da separazione nell’adulto. Collegato a ciò spesso riscontriamo l’evitamento di tutte quelle situazioni che possono condurre all’allontanamento dalla figura di riferimento. </p>
<p>Tra le manifestazioni fisiche invece riconosciamo sintomi tipici di altre forme d’ansia:         </p>
<ul>
<li>
<p>Palpitazioni o aumento della frequenza cardiaca.</p>
</li>
<li>
<p>Sensazioni di soffocamento o difficoltà respiratorie.</p>
</li>
<li>
<p>Sensazione di svenimento o capogiri.</p>
</li>
<li>
<p>Tensione muscolare, tremori o sudorazione eccessiva.</p>
</li>
<li>
<p>Problemi gastrointestinali, come dolore addominale, nausea o diarrea</p>
</li>
</ul>
<h2>Utilizzo di una figura di riferimento per determinare la gravità dei sintomi</h2>
<p>La figura di riferimento, sia per l’adulto che per il bambino, è di fondamentale importanza per approfondire la gravità e la profondità delle emozioni vissute e dei sintomi che la persona prova.  I professionisti della salute mentale possono intervistare i caregiver per ottenere una prospettiva esterna sui comportamenti, sulle reazioni e sulle difficoltà che il paziente sperimenta quando si separa dalla figura di riferimento. </p>
<p>Oltretutto è possibile effettuare colloqui congiunti in cui è presente sia la figura di riferimento che la persona che sperimenta ansia da separazione affinché si possa condurre un colloquio che approfondisca l’intero sistema in cui i sintomi si inseriscono. </p>
<p>Attraverso e grazie l’aiuto e il supporto della figura di riferimento si può inoltre incoraggiare il paziente a tenere un diario in cui egli annota emozioni, sensazioni, dubbi, sintomi. Grazie a questo diario si può annotare la durata, l’intensità e cosa li ha scatenati. Questo strumento diviene molto utile per valutare la profondità dei sintomi nonché la loro specificità.  </p>
<h2>Diagnosi secondo il manuale DSM-5</h2>
<p>Per esporre i criteri diagnostici di questo disturbo facciamo riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione (DSM-5, APA 2013), è bene tuttavia ricordare che nel DSM-IV e nel DSM-IV-TR il disturbo d&#8217;ansia di separazione era incluso nei disturbi generalmente diagnosticati nell&#8217;infanzia, nella fanciullezza o nell&#8217;adolescenza (DSM-IV-TR, APA 2000). Nel DSM-5 il disturbo viene invece incluso nei disturbi d&#8217;ansia nonostante tuttora la diagnosi sia effettuata in particolar modo in età evolutiva. </p>
<p>Di seguito i principali criteri: </p>
<p>A. Paura o ansia eccessiva e inappropriata rispetto allo stadio di sviluppo che riguarda la separazione da coloro ai quali l&#8217;individuo è attaccato, come evidenziato da tre (o più) dei seguenti criteri:</p>
<ol>
<li>
<p>Ricorrente ed eccessivo disagio quando si prevede o si sperimenta la separazione da casa o dalle principali figure di attaccamento.</p>
</li>
<li>
<p>Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita delle figure di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso, come malattie, ferite, catastrofi o morte.</p>
</li>
<li>
<p>Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento imprevisto comporti separazione dalla principale figura di attaccamento (per es., perdersi, essere rapito, avere un incidente, ammalarsi).</p>
</li>
<li>
<p>Persistente riluttanza o rifiuto di uscire di casa per andare a scuola, al lavoro o altrove per paura della separazione.</p>
</li>
<li>
<p>Persistente ed eccessiva paura di, o riluttanza a, stare da soli o senza le principali figure di attaccamento a casa o in altri ambienti.</p>
</li>
<li>
<p>Persistente riluttanza o rifiuto di dormire fuori casa o di andare a dormire senza avere vicino una delle principali figure di attaccamento.</p>
</li>
<li>
<p>Ripetuti incubi che implicano il tema della separazione.</p>
</li>
<li>
<p>Ripetute lamentele di sintomi fisici (per es., mal di testa, dolori di stomaco, nausea, vomito) quando si verifica o si prevede la separazione dalle principali figure di attaccamento.</p>
</li>
</ol>
<p>Nel Manuale Diagnostico viene inoltre sottolineato che i sintomi devono avere una durata di almeno 4 settimane nei bambini e 6 mesi negli adulti e devono inoltre compromettere il normale funzionamento quotidiano del soggetto. </p>
<h1>Opzioni di trattamento per il disturbo d&#8217;ansia da separazione negli adulti</h1>
<p>Dopo aver approfondito come divenire consapevoli di questa difficoltà è importante prestare attenzione a come farvi fronte. Come spesso abbiamo sottolineato è bene valutare di effettuare un percorso di psicoterapia che preveda eventualmente anche la presenza del partner (qualora esso sia la figura di riferimento da cui è difficile prendere le distanze).</p>
<p>Naturalmente è possibile valutare di effettuare percorsi individuali, i quali, indipendentemente dalla specializzazione dello psicoterapeuta, avranno come obiettivo favorire un processo di acquisizione di autonomia ovvero favorire il processo di consapevolizzazione e percezione di individualità. Per affrontare queste emozioni è importante condurre la persona alla percezione che è utile osservare la figura di riferimento con una certa distanza, senza investirla di eccessive aspettative in merito alla soddisfazione dei bisogni.  </p>
<p>tuttavia gestire le emozioni conseguenti ad una separazione non è mai facile e banale infatti, in piccole forme, ognuno di noi ha vissuto emozioni simili all’ansia da separazione qui spiegata. </p>
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		<title>Disturbo da ansia da separazione</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/ansia/disturbo-da-ansia-da-separazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Oct 2021 09:11:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Disturbo d'ansia da separazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo del disturbo da ansia da separazione, che consiste in una forte agitazione e preoccupazione nel doversi allontanare da persone riconosciute come significative per sé o da contesti particolarmente significativi o considerati protettivi, come ad esempio l&#8217;ambiente domestico. È diverso dall’ansia da separazione, perché essa è una fase particolare che è prevista nello sviluppo della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Parliamo del <strong>disturbo da ansia da separazione</strong>, che consiste in una forte agitazione e preoccupazione nel doversi <strong>allontanare da persone riconosciute come significative per sé</strong> o da contesti particolarmente significativi o considerati protettivi, come ad esempio l&#8217;ambiente domestico. È <strong>diverso dall’ansia da separazione</strong>, perché essa è una fase particolare che è <strong>prevista nello sviluppo della persona</strong>, quindi tutti i bambini, ad un certo del loro processo di sviluppo, provano ansia da separazione ad esempio nei confronti della madre o del padre o di qualunque altra figura di attaccamento. Il disturbo d&#8217;ansia da separazione non ha necessariamente a che fare solo con l&#8217;infanzia ma è sviluppato anche in giovane età adulta, quindi tarda adolescenza, e poi <strong>perdura fino a che poi non viene trattato con un percorso di psicoterapia</strong> per il resto della vita ma non è riconducibile alla tappa di sviluppo che prevede l&#8217;ansia da separazione, è proprio un disturbo che poi ha a che fare con l’ansia da separazione, cioè l’incapacità della persona di allontanarsi dalle figure di riferimento o da dei luoghi di riferimento, come ad esempio l&#8217;ambiente domestico. Questo porta con sé tutta una serie di<strong> disagi e di agitazione</strong>, <a href="https://staging.matteoradavelli.it/ansia/attacchi-di-panico-sfatiamo-i-miti-di-morte-e-di-guarigione/">può suscitare degli attacchi di panico</a>, può suscitare dei problemi gastrointestinali, può suscitare cefalee, mal di stomaco e tutta una serie di somatizzazioni che vanno a testimoniare il malessere della persona nell’allontanarsi o da persone o da luoghi di riferimento.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;incidenza è abbastanza alta, infatti viene stimato che nel corso della vita adulta <strong>circa il 7% della popolazione</strong> soffre per un periodo di questo disturbo. Le <strong>cause possono essere molteplici</strong>, ambientali, traumatiche o aver a che fare proprio con l&#8217;aspetto relazionale del tessuto nel contesto sociale all&#8217;interno del quale si è cresciuti, quindi con i genitori particolarmente protettivi o genitori particolarmente ansiosi, come può anche essere legato ad alcuni traumi che possono essere stati vissuti nel corso della vita e che hanno lasciato questo come effetto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;intervento che viene consigliato è una psicoterapia che serve e dovrebbe essere rivolta non solo a comprendere quali possono essere le cause del disturbo quindi quali sono gli effetti e gli eventi scatenanti di questo tipo di disturbo, ma orientata soprattutto all’<strong>autonomizzazione, all&#8217;indipendenza della persona</strong>. È chiaro che ci può essere anche un’oscillazione di questo disturbo nel corso della vita, <a href="https://staging.matteoradavelli.it/disturbi-di-personalita/avere-un-genitore-narcisista/">legato non solo a momenti particolari della vita</a> ma anche ad esempio all&#8217;agire o il vivere determinati tipi di contesti quindi ci può essere un’ansia da separazione in alcuni contesti mentre in altri questa può essere mitigata, sia quando ci si allontana da un luogo considerato sicuro e protetto, sia quando ci si allontana dalle proprie figure di riferimento e di attaccamento.</span></p>
<div style="margin-top:150px;border:1px solid #333;padding:10px">
<img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-416" src="https://staging.matteoradavelli.it/wp-content/uploads/2020/01/matteoradavelli-badge-150x150.png" alt="Psicologo Como" width="100" height="100" />Dr. Matteo Radavelli &#8211; Psicoterapeuta e Psicologo Como<br />
Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO<br />
+393479177302<br />
info@matteoradavelli.it</p>
<p></p>
<p>Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l&#8217;Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare.<br />
<br />
Dirigo uno studio di psicologia a <a href="https://staging.matteoradavelli.it/sede/como/">Como</a> oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza
</div>
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		<title>Cinque fasi per superare un lutto</title>
		<link>https://staging.matteoradavelli.it/ansia/cinque-fasi-per-superare-un-lutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Dr. Matteo Radavelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 16:09:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Disturbo d'ansia da separazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo delle fasi dell&#8217;elaborazione del lutto, inteso non solo come la perdita fisica di una persona cara – quindi la morte o la scomparsa – ma anche come la fine di qualcosa di significativo. Il lutto può riguardare, ad esempio, la fine di una relazione, la perdita di un lavoro o un cambiamento importante nella [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="77" data-end="400">Parliamo delle fasi dell&#8217;elaborazione del lutto, inteso non solo come la perdita fisica di una persona cara – quindi la morte o la scomparsa – ma anche come la fine di qualcosa di significativo. Il lutto può riguardare, ad esempio, la fine di una relazione, la perdita di un lavoro o un cambiamento importante nella vita.</p>
<p data-start="402" data-end="635">Esistono diverse teorie sull&#8217;elaborazione del lutto, ma una delle più interessanti e accreditate è quella proposta dalla psichiatra <strong data-start="534" data-end="559">Elisabeth Kübler-Ross</strong>, che ha studiato e individuato cinque fasi specifiche di questo processo.</p>
<h2 data-start="637" data-end="691">Le 5 fasi del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross</h2>
<h3 data-start="693" data-end="712">1. Il rifiuto</h3>
<p data-start="713" data-end="844">Il rifiuto è la prima reazione al lutto. Si manifesta con la difficoltà di accettare la realtà della perdita. Si tende a pensare:</p>
<ul data-start="845" data-end="933">
<li data-start="845" data-end="886"><em data-start="847" data-end="884">&#8220;No, non può essere successo a me.&#8221;</em></li>
<li data-start="887" data-end="933"><em data-start="889" data-end="931">&#8220;Non è vero, non sta accadendo davvero.&#8221;</em></li>
</ul>
<p data-start="935" data-end="1062">Questa fase è un meccanismo di difesa naturale che permette alla mente di prendere tempo per adattarsi alla nuova situazione.</p>
<h3 data-start="1064" data-end="1082">2. La rabbia</h3>
<p data-start="1083" data-end="1186">Dopo il rifiuto, emerge spesso la rabbia. È una reazione emotiva intensa in cui la persona si chiede:</p>
<ul data-start="1187" data-end="1294">
<li data-start="1187" data-end="1215"><em data-start="1189" data-end="1213">&#8220;Perché proprio a me?&#8221;</em></li>
<li data-start="1216" data-end="1267"><em data-start="1218" data-end="1265">&#8220;Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?&#8221;</em></li>
<li data-start="1268" data-end="1294"><em data-start="1270" data-end="1292">&#8220;Perché è successo?&#8221;</em></li>
</ul>
<p data-start="1296" data-end="1459">La rabbia può essere rivolta a se stessi, agli altri o anche a entità astratte, come il destino o una figura divina. È un momento di forte frustrazione e dolore.</p>
<h3 data-start="1461" data-end="1506">3. La contrattazione (o patteggiamento)</h3>
<p data-start="1507" data-end="1760">In questa fase si cerca un compromesso, una sorta di negoziazione mentale con la realtà. La persona inizia a prendere consapevolezza della perdita, ma tenta di trovare soluzioni o accordi per attenuare il dolore. Alcuni pensieri tipici possono essere:</p>
<ul data-start="1761" data-end="1900">
<li data-start="1761" data-end="1833"><em data-start="1763" data-end="1831">&#8220;Se avessi fatto qualcosa di diverso, forse non sarebbe successo.&#8221;</em></li>
<li data-start="1834" data-end="1900"><em data-start="1836" data-end="1898">&#8220;Cosa posso fare per far sì che il dolore sia meno intenso?&#8221;</em></li>
</ul>
<p data-start="1902" data-end="2001">Si iniziano a fare i primi tentativi di riorganizzazione, cercando di dare un senso alla perdita.</p>
<h3 data-start="2003" data-end="2026">4. La depressione</h3>
<p data-start="2027" data-end="2199">Questa fase rappresenta il lutto vero e proprio. L&#8217;umore cala inevitabilmente e la persona si sente sopraffatta dalla tristezza. È un periodo in cui possono manifestarsi:</p>
<ul data-start="2200" data-end="2290">
<li data-start="2200" data-end="2232">Apatia e mancanza di energia</li>
<li data-start="2233" data-end="2253">Pianto frequente</li>
<li data-start="2254" data-end="2290">Sensazione di vuoto e solitudine</li>
</ul>
<p data-start="2292" data-end="2457">È importante sottolineare che questa fase, pur essendo dolorosa, è un passaggio naturale dell’elaborazione del lutto e non sempre indica una condizione patologica.</p>
<h3 data-start="2459" data-end="2482">5. L’accettazione</h3>
<p data-start="2483" data-end="2747">L’ultima fase è quella dell’accettazione. A questo punto, la persona riconosce la perdita e inizia a ricostruire la propria vita in funzione della nuova realtà. Accettare non significa dimenticare, ma imparare a convivere con l&#8217;assenza e trovare nuovi equilibri.</p>
<h2 data-start="2749" data-end="2801">Le fasi del lutto sono sempre uguali per tutti?</h2>
<p data-start="2802" data-end="3086">Le cinque fasi del lutto non seguono necessariamente un ordine rigido. Ogni persona può affrontarle in sequenze diverse o addirittura saltarne alcune. Ad esempio, qualcuno potrebbe vivere prima la rabbia e poi il rifiuto. Dipende dalla situazione e dalla personalità dell’individuo.</p>
<p data-start="3088" data-end="3275">Inoltre, non tutti attraversano tutte le fasi. Alcuni possono rimanere bloccati in una di esse, soprattutto se il lutto è particolarmente traumatico o non viene adeguatamente elaborato.</p>
<h2 data-start="3277" data-end="3314">Quanto durano le fasi del lutto?</h2>
<p data-start="3315" data-end="3393">La durata del lutto varia da persona a persona e dipende da diversi fattori:</p>
<ul data-start="3394" data-end="3591">
<li data-start="3394" data-end="3492">Il tipo di perdita (un lutto per morte, la fine di una relazione, la perdita del lavoro, ecc.)</li>
<li data-start="3493" data-end="3529">Il legame con ciò che si è perso</li>
<li data-start="3530" data-end="3591">Le risorse personali e il supporto sociale a disposizione</li>
</ul>
<p data-start="3593" data-end="3916">Indicativamente, secondo i manuali diagnostici, un lutto che dura meno di <strong data-start="3667" data-end="3679">sei mesi</strong> rientra nella normalità e non è considerato patologico. Tuttavia, alcune persone possono avere bisogno di più tempo per superarlo. Se il dolore rimane intenso e paralizzante per anni, potrebbe essere necessario un aiuto professionale.</p>
<h2 data-start="3918" data-end="3968">Cosa succede se il lutto non viene elaborato?</h2>
<p data-start="3969" data-end="4181">Se una persona non affronta tutte le fasi necessarie, rischia di rimanere bloccata nel dolore. Un lutto non elaborato può trasformarsi in un trauma che influenza profondamente la vita quotidiana, condizionando:</p>
<ul data-start="4182" data-end="4275">
<li data-start="4182" data-end="4205">Le scelte personali</li>
<li data-start="4206" data-end="4236">Le relazioni con gli altri</li>
<li data-start="4237" data-end="4275">Il benessere emotivo e psicologico</li>
</ul>
<p data-start="4277" data-end="4435">In questi casi, è importante chiedere aiuto a un professionista, come uno psicologo o uno psicoterapeuta, per elaborare il lutto in modo sano e costruttivo.</p>
<h2 data-start="4437" data-end="4453">Conclusione</h2>
<p data-start="4454" data-end="4778" data-is-last-node="" data-is-only-node="">Le fasi del lutto – <strong data-start="4474" data-end="4537">rifiuto, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione</strong> – rappresentano un percorso naturale che aiuta ad affrontare una perdita. Ognuno le vive con tempi e modalità differenti, ma l&#8217;importante è attraversarle senza evitarle. Solo così si può trovare un nuovo equilibrio e tornare a stare meglio.</p>
<div style="margin-top: 150px; border: 1px solid #333; padding: 10px;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-416" src="https://staging.matteoradavelli.it/wp-content/uploads/2020/01/matteoradavelli-badge-150x150.png" alt="Psicologo Como" width="100" height="100" />Dr. Matteo Radavelli &#8211; Psicoterapeuta e Psicologo Como<br />
Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO<br />
+393479177302<br />
info@matteoradavelli.it</p>
<p>Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l&#8217;Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare.<br />
<br />
Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a <a href="https://staging.matteoradavelli.it/sede/como/">Como</a> e in provincia di Lecco e di Monza Brianza<br />
</p>
</div>
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