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Autosabotaggio in psicoterapia

Parliamo di autosabotaggio e, in particolare, di autosabotaggio della terapia: tutte quelle motivazioni che il paziente porta a sé stesso, e talvolta anche al terapeuta quando le manifesta apertamente, che di fatto lo portano a interrompere o comunque a non poter godere appieno dell’efficacia della terapia.

Ci sono molte persone che, nonostante vivano un problema e si rendano conto del bisogno che hanno di provare a risolverlo — quindi potenzialmente del bisogno di terapia (la terapia è sempre una delle vie possibili, non è mai l’unica o l’esclusiva) — si pongono in una maniera tale per cui di fatto non possono godere dei vantaggi del fare terapia. Quindi non fanno mai effettivamente terapia fino a che non trovano una via di uscita, uno “svincolo”: una possibilità per abbandonare o interrompere — come si usa dire in gergo tecnico “droppare” — la terapia, con un motivo piuttosto che con un altro.

Le motivazioni più frequenti per interrompere la terapia

Questi motivi tendenzialmente sono sempre ascritti al terapeuta, alle caratteristiche del terapeuta o ad alcune caratteristiche tipiche della terapia stessa. Eccone alcune tra le più frequenti:

“La terapia costa troppo”

La percezione del costo è personale, ma la domanda chiave è: costa troppo rispetto a cosa? Costa troppo rispetto a risolvere il problema? Costa meno tenersi il problema? Il costo che potenzialmente mi troverei a pagare non vale la risoluzione del problema? Cioè: il gioco vale la candela?

“Gli orari del terapeuta sono scomodi”

Ci possono essere aspetti oggettivi, ma spesso si scopre che il paziente può solo in orari estremamente limitati e rigidi (“solo i mercoledì dispari dei mesi pari degli anni bisestili”). In questi casi, la domanda diventa: qual è la reale motivazione alla terapia?

“Lo studio è scomodo o non mi piace”

Può capitare che il paziente dica “lo studio è piccolo, brutto, non c’è parcheggio”. È un motivo reale o una razionalizzazione per evitare il percorso?

“Il terapeuta non è quello ‘giusto’”

“È troppo giovane, troppo vecchio, troppo biondo, non usa la tecnica che voglio io.” Il terapeuta, prima accettato, improvvisamente non va più bene, senza che questo venga discusso apertamente con lui.

Le scuse “di comodo” utilizzate per giustificare l’interruzione

Quando un paziente decide di interrompere, spesso emergono motivazioni che suonano più o meno così:

“Ho avuto spese improvvise”

In questo caso, il terapeuta può valutare l’oggettività della situazione e, se necessario, proporre alternative più economiche o accessibili.

“Ho impegni di lavoro, la contatto io”

Viaggi di lavoro improvvisi, riunioni inaspettate… anche quando il tipo di lavoro non le prevede. Segnale di una fuga gentile.

“Ho un’urgenza familiare, devo sparire per un po’”

Anche qui: potrebbe essere vero. Ma se lo è davvero, varrebbe la pena capire come proseguire nonostante la difficoltà, invece che usarla come via di fuga.

Come dovrebbe reagire il terapeuta?

Il terapeuta può scegliere: può essere accomodante e lasciar andare, oppure può essere terapeutico fino alla fine, offrendo un’ultima occasione di trasformazione.

Accettare con trasparenza il fallimento della terapia e rendere esplicite le vere motivazioni sottostanti all’interruzione può essere già di per sé un atto terapeutico. Non per trattenere il paziente, ma per aiutarlo a essere onesto con sé stesso.

Perché è importante esplicitare la resistenza

Questo processo è utile sia al paziente — che può esprimere liberamente il proprio punto di vista — sia al terapeuta, che può ricevere un feedback prezioso per migliorare il proprio lavoro.

Molte persone partono con l’idea di fare un percorso, pur non essendo ancora pronte. E quando interrompono, attribuiscono la scelta a fattori esterni. È legittimo? Certo. Ma è ancora più utile riconoscere la parte interna che ha portato alla fuga.

La terapia è un processo a step

Anche l’inizio di una terapia è un processo. Non è detto che la prima volta sia quella giusta. Perché una terapia funzioni, bisogna essere pronti almeno in due:

  • Il paziente, che chiede aiuto.
  • Il terapeuta, che lo offre e che resta terapeutico anche nel momento della rottura.

Riconoscere l’autosabotaggio non significa giudicarsi, ma iniziare finalmente a guardarsi con sincerità.

69%
Il 69% delle persone che fanno terapia con noi hanno già svolto terapia
12%
Il 12% di queste è psicologo/psicoterapeuta e sceglie noi per la sua terapia personale
25%
Il 25% dei pazienti che seguiamo provengono dalle piattaforme. Si tratta di persone con difficoltà che loro non riescono/possono trattare
Inizia un viaggio nella tua mente e nella tua storia
Ecco i prossimi passi
1

Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.