Autosabotaggio in psicoterapia Home > Psicoterapia come funziona > Autosabotaggio in psicoterapia 2 Parliamo di autosabotaggio e, in particolare, di autosabotaggio della terapia: tutte quelle motivazioni che il paziente porta a sé stesso, e talvolta anche al terapeuta quando le manifesta apertamente, che di fatto lo portano a interrompere o comunque a non poter godere appieno dell’efficacia della terapia. Ci sono molte persone che, nonostante vivano un problema e si rendano conto del bisogno che hanno di provare a risolverlo — quindi potenzialmente del bisogno di terapia (la terapia è sempre una delle vie possibili, non è mai l’unica o l’esclusiva) — si pongono in una maniera tale per cui di fatto non possono godere dei vantaggi del fare terapia. Quindi non fanno mai effettivamente terapia fino a che non trovano una via di uscita, uno “svincolo”: una possibilità per abbandonare o interrompere — come si usa dire in gergo tecnico “droppare” — la terapia, con un motivo piuttosto che con un altro. Le motivazioni più frequenti per interrompere la terapia Questi motivi tendenzialmente sono sempre ascritti al terapeuta, alle caratteristiche del terapeuta o ad alcune caratteristiche tipiche della terapia stessa. Eccone alcune tra le più frequenti: “La terapia costa troppo” La percezione del costo è personale, ma la domanda chiave è: costa troppo rispetto a cosa? Costa troppo rispetto a risolvere il problema? Costa meno tenersi il problema? Il costo che potenzialmente mi troverei a pagare non vale la risoluzione del problema? Cioè: il gioco vale la candela? “Gli orari del terapeuta sono scomodi” Ci possono essere aspetti oggettivi, ma spesso si scopre che il paziente può solo in orari estremamente limitati e rigidi (“solo i mercoledì dispari dei mesi pari degli anni bisestili”). In questi casi, la domanda diventa: qual è la reale motivazione alla terapia? “Lo studio è scomodo o non mi piace” Può capitare che il paziente dica “lo studio è piccolo, brutto, non c’è parcheggio”. È un motivo reale o una razionalizzazione per evitare il percorso? “Il terapeuta non è quello ‘giusto’” “È troppo giovane, troppo vecchio, troppo biondo, non usa la tecnica che voglio io.” Il terapeuta, prima accettato, improvvisamente non va più bene, senza che questo venga discusso apertamente con lui. Le scuse “di comodo” utilizzate per giustificare l’interruzione Quando un paziente decide di interrompere, spesso emergono motivazioni che suonano più o meno così: “Ho avuto spese improvvise” In questo caso, il terapeuta può valutare l’oggettività della situazione e, se necessario, proporre alternative più economiche o accessibili. “Ho impegni di lavoro, la contatto io” Viaggi di lavoro improvvisi, riunioni inaspettate… anche quando il tipo di lavoro non le prevede. Segnale di una fuga gentile. “Ho un’urgenza familiare, devo sparire per un po’” Anche qui: potrebbe essere vero. Ma se lo è davvero, varrebbe la pena capire come proseguire nonostante la difficoltà, invece che usarla come via di fuga. Come dovrebbe reagire il terapeuta? Il terapeuta può scegliere: può essere accomodante e lasciar andare, oppure può essere terapeutico fino alla fine, offrendo un’ultima occasione di trasformazione. Accettare con trasparenza il fallimento della terapia e rendere esplicite le vere motivazioni sottostanti all’interruzione può essere già di per sé un atto terapeutico. Non per trattenere il paziente, ma per aiutarlo a essere onesto con sé stesso. Perché è importante esplicitare la resistenza Questo processo è utile sia al paziente — che può esprimere liberamente il proprio punto di vista — sia al terapeuta, che può ricevere un feedback prezioso per migliorare il proprio lavoro. Molte persone partono con l’idea di fare un percorso, pur non essendo ancora pronte. E quando interrompono, attribuiscono la scelta a fattori esterni. È legittimo? Certo. Ma è ancora più utile riconoscere la parte interna che ha portato alla fuga. La terapia è un processo a step Anche l’inizio di una terapia è un processo. Non è detto che la prima volta sia quella giusta. Perché una terapia funzioni, bisogna essere pronti almeno in due: Il paziente, che chiede aiuto. Il terapeuta, che lo offre e che resta terapeutico anche nel momento della rottura. Riconoscere l’autosabotaggio non significa giudicarsi, ma iniziare finalmente a guardarsi con sincerità.