Come far fallire una psicoterapia Home > Psicoterapia come funziona > Come far fallire una psicoterapia 2 Sovente ricevo telefonate da persone che chiedono un aiuto perché stanno affrontando una fatica nella propria vita: questa può essere un sintomo, un problema esistenziale o la necessità, ad esempio, di prendere una decisione per orientare il proprio futuro. Quando il rapporto terapeutico parte con il piede giusto In alcuni casi c’è l’approccio corretto: si innesca con una certa facilità quel sistema fiduciario per cui la persona riconosce nel professionista un consulente che può aiutarla in questo percorso evolutivo. Resistenza al cambiamento e difficoltà nell’avvio del rapporto fiduciario In altri casi, nonostante si percepisca genuinamente la voglia di cambiare e il bisogno di mettersi in gioco, emerge anche una resistenza che rende più complicato questo processo fiduciario. La psicoterapia non richiede fiducia cieca Attenzione: non vuol dire che ogni persona che si rivolge a un terapeuta debba fidarsi ciecamente. La psicoterapia non è questo. Serve a sviluppare un pensiero critico e, all’interno di una relazione dialogica, affrontare le criticità. È assolutamente legittimo che la persona abbia domande, opinioni o richieste di confronto. Quando le richieste diventano diktat e bloccano la relazione terapeutica Le richieste non dovrebbero mai trasformarsi in imposizioni, soprattutto nelle fasi iniziali — al primo colloquio o alla prima telefonata conoscitiva. Da un lato ci sono persone che si affidano con fiducia, dall’altro persone che partono con difese legittime ma troppo rigide, rischiando di ostacolare il rapporto terapeutico stesso. Chi sceglie il terapeuta ma vuole anche dettare la terapia Capita che chi chiama chieda informazioni sul curriculum del terapeuta e sulla sua esperienza specifica — cosa legittima — ma poi arrivi anche a stabilire il tipo di terapia, l’approccio e le strategie che dovrebbero essere utilizzate. Perché un terapeuta non può (e non deve) eseguire pedissequamente le richieste del paziente Il terapeuta deve comprendere la motivazione dietro richieste così specifiche, rispondendo senza però accettare in modo acritico. Se si limita a fare ciò che il paziente chiede, rischia di diventare inefficace: il paziente ha già provato quelle strategie in autonomia senza successo, motivo per cui cerca aiuto. Il rischio del “collasso terapeutico” Se il terapeuta si adegua completamente alle richieste del paziente, all’inizio potrebbe apparire accogliente, ma nel lungo termine si troverà bloccato. La terapia richiede libertà di movimento per essere efficace. La terapia come “balletto” tra paziente e terapeuta La relazione terapeutica è una danza: insieme si definiscono criticità, obiettivi e strategie. Se una delle due parti collassa sull’altra, si apre la strada all’insuccesso. Perché il paziente a volte impone il metodo: paura e delega Spesso dietro richieste rigide c’è la delega della responsabilità: “Faccio tutto quello che dico io, così se fallisce non è colpa mia”. Ma il più delle volte è la paura — del cambiamento o addirittura del successo del cambiamento. Chi non vuole davvero cambiare vs chi ne è spaventato Alcuni non vogliono davvero cambiare e cercano solo una giustificazione per dire di averci provato. Altri vogliono cambiare davvero ma temono le conseguenze: “E se poi la mia vita cambia davvero, sarò in grado di sostenerlo?”. Come evitare l’autosabotaggio della terapia Il terapeuta non deve rifiutare automaticamente le richieste del paziente, ma deve trasformarle in oggetto di riflessione condivisa. Il paziente, dal canto suo, deve rimanere possibilista e sospendere temporaneamente il giudizio sul terapeuta, così come il terapeuta sospende il proprio. Conclusione: fiducia, dialogo e responsabilità condivisa Solo così ci si dà davvero l’opportunità di fidarsi, di lavorare insieme e di cavalcare il cambiamento.