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“Dottore mi deve risolvere questo problema”: dinamiche di psicoterapia

“Dottore, mi deve risolvere questo problema.”
Un attimo, attenzione: mettiamo subito delle cose in chiaro. Delegare a un terapeuta la soluzione del proprio problema è il modo perfetto per non risolverlo, perché ci sono almeno due livelli di implicazioni diversi che riguardano – indovina un po’ – due persone diverse: la persona che chiede aiuto e il terapeuta che cerca di offrirlo.

La natura della delega e il principio della terapia

Provo a spiegarmi meglio. Delegare la soluzione della propria difficoltà a un altro, a parte il fatto che è contro il principio stesso del percorso di terapia, non è efficace. La terapia punta a dare alla persona una consapevolezza e una completezza rispetto alla propria “cassetta degli attrezzi” personale, tale da renderla autonoma. Non consiste, quindi, nel sostituirsi alla persona – al paziente – nel risolvere il suo problema e poi restituirgli la macchina riparata. Lo psicoterapeuta non fa il meccanico, ma aiuta la persona a diventare sufficientemente capace di “ripararsi da sola l’auto”.

Metafora educativa: insegnare a pescare

È un po’ una metafora che ricorda una frase ascoltata durante un seminario, che mi colpì molto: la vera capacità di un genitore è insegnare ai figli a pescare, non mettere il pesce sul tavolo. Se vogliamo, questo è un principio educativo importante, che si applica bene anche al tema della psicologia. In genere le persone affrontano un percorso terapeutico perché vivono un problema, devono attraversare una situazione o un periodo complicato. Anche qui, il terapeuta deve insegnare alla persona a pescare, non fornirle direttamente il cibo. Deve aiutarla a possedere una cassetta degli attrezzi sufficientemente completa e a saperla utilizzare a dovere, non sostituirsi a lei nel “riparare l’auto”.

Perché la delega danneggia l’autonomia

Questo è il primo punto. Il secondo riguarda la persona che delega: chi lo fa non diventerà mai davvero autonomo, perché nella vita ci saranno sempre nuove difficoltà, altre sfide e crisi. Se pensa che la soluzione passi sempre attraverso la delega a qualcun altro, resterà sempre dipendente da altri e non sarà mai padrona della propria vita. Da un lato, è rassicurante trovare qualcuno a cui affidare il problema; dall’altro, però, questo atteggiamento nel lungo termine genera dipendenza da qualcuno che non è sempre accessibile, disponibile o contattabile. Inoltre, lo trovo avvilente: dare a un altro la delega di risolvere un proprio problema personale e ritrovarsi la difficoltà superata, senza però capire il perché, il come e il per cosa quel cambiamento sia avvenuto. Significa scegliere di rimanere ciechi, di ignorare le ragioni del cambiamento che riguarda la propria vita e il proprio benessere.

Quando “aiutare” diventa sostituirsi: il ruolo del terapeuta

Quindi, la persona che arriva in terapia dovrebbe stare attenta a non delegare. Ovviamente non bisogna attaccarsi troppo alle parole: dire “ho questo problema, mi aiuti a risolverlo” non significa necessariamente che la persona stia delegando. Ho preso questa frase come rappresentativa del concetto di delega. Nelle sedute, infatti, le sfumature emergono in modo diverso.

Dall’altro lato, c’è la questione che riguarda il terapeuta. Se il primo livello è la forma mentis del paziente che tende a delegare – atteggiamento comprensibile – il secondo livello è più grave: quando il terapeuta accetta questa delega. In quel caso commette due errori.

Errore 1: creare aspettative errate

Primo: restituisce alla persona delle aspettative errate rispetto al percorso terapeutico, perché collassa sull’aspettativa di delega del paziente e, in un certo senso, comunica che la terapia faccia qualcosa che in realtà non fa. Questo è sbagliato, deontologicamente e clinicamente.

Errore 2: diventare perentorio e sostitutivo

Secondo: accettando il ruolo di “risolutore”, il terapeuta rischia di spostarsi sul versante della perentorietà del consiglio, dicendo al paziente cosa deve fare, senza aiutarlo a scegliere in autonomia i propri cambiamenti e decisioni.

Se il terapeuta accetta la delega, cammina il percorso del paziente al posto suo, compie le scelte al posto suo, imponendo un sistema di valori che, seppur presentato come in linea con quelli del paziente, in realtà appartiene a lui stesso. In questo modo dà consigli, ma non fa terapia. O, peggio, diventa perentorio, mettendo il paziente all’angolo, forzandolo a una presa di decisione che magari è anche giusta a livello razionale – lo sa il terapeuta, lo sa anche il paziente – ma che il paziente non riesce ad applicare, altrimenti non avrebbe sentito il bisogno della terapia.

Conseguenze cliniche della delega

Così facendo, si crea un rischio enorme: il paziente, prima o poi, aprirà gli occhi e si renderà conto non solo di non essere felice e di aver delegato al terapeuta, ma anche che quest’ultimo ha sbagliato nell’accettare la delega e, peggio ancora, nell’aver creduto di poter decidere al posto suo. Il risultato? Una relazione irrigidita, un problema potenzialmente cronicizzato e radicato ancora più a fondo, con una riduzione progressiva del senso di “agency” del paziente, cioè della consapevolezza della propria capacità di affrontare i problemi.

I tre motivi per cui la delega è rischiosa

  1. Il paziente deve imparare a utilizzare la propria cassetta degli attrezzi da solo.
  2. Il terapeuta, se accetta la delega, smette di fare terapia e diventa un semplice consigliere.
  3. Il rischio è quello di irrigidire la relazione e indebolire ulteriormente la capacità del paziente di affrontare in autonomia i propri problemi.

Ruolo corretto e valore dell’intervento terapeutico

L’aiuto del terapeuta è fondamentale, certo: può offrire un attrezzo nuovo, una strategia diversa o aiutare la persona a riscoprire risorse dimenticate. Ma il punto centrale resta lo stesso: non può, e non deve, sostituirsi alla persona nel compiere le scelte della sua vita.

Conclusione

In sintesi, la terapia efficiente mira a potenziare l’autonomia del paziente, fornendo strumenti, prospettive e sostegno, senza assumere il ruolo di risolutore unico. Solo così la persona può diventare padrona delle proprie scelte e affrontare future sfide senza dipendere costantemente da altri.

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Inizia un viaggio nella tua mente e nella tua storia
Ecco i prossimi passi
1

Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.