Essere psicoterapeuta: come impatta sulla vita privata Home > Psicoterapia come funziona > Essere psicoterapeuta come impatta sulla vita privata Dottore, ma il fatto di essere psicoterapeuta non ti impone un certo contegno anche al di fuori del setting? E, in un qualche modo, questo non ti fa sentire limitato? È una domanda che mi è appena arrivata come commento sotto uno dei (ormai innumerevoli) video su YouTube. È qualcosa su cui ho già ragionato in passato — anche se non proprio con questo taglio — in alcuni contenuti. Questa è una domanda sulla quale mi sono interrogato tanto. Il ruolo del terapeuta e l’impatto sulla vita privata Nella mia testa, mi sono sempre domandato quale fosse il ruolo che dobbiamo assumere e come questo possa impattare sulla nostra vita privata. Ad esempio, anche come questo possa in qualche modo alterare alcuni miei equilibri. In un contenuto relativamente recente, ho provato a spiegare come le “lenti” della scuola di psicoterapia — e quindi le competenze cliniche che si acquisiscono nel percorso fino a diventare psicoterapeuta — vadano in qualche modo a condizionare il modo in cui si guarda il mondo. È un aspetto che penso valga la pena esplicitare a chi si approccia a un lavoro del genere. Contegno fuori dal setting: un limite o una scelta? Per questo dico che una domanda come questa, cioè il fatto di darsi un contegno, un tono anche al di fuori del setting, ha un taglio diverso, ma rappresenta comunque un tema molto importante. Ti dico un po’ le riflessioni che ho fatto e sulle quali sicuramente continuerò a interrogarmi. Professione identitaria e vocazione Da un lato, mi viene da rispondere che c’è una parte per cui questo lavoro ha sicuramente a che fare con un grande studio, un grande impegno, delle fatiche — ma questo vale, sostanzialmente, per la quasi totalità dei lavori. Dall’altro lato, però, porta con sé anche un aspetto vocazionale, nel senso che penso che per riuscire a farlo bene si debba essere sufficientemente capaci di rispondere alla domanda: “Cosa fai nella vita?” con “Sono psicoterapeuta”, piuttosto che “Faccio lo psicoterapeuta”. Perché diventa, di fatto, identitario. E quindi, nonostante io mi sia interrogato tanto su come questa professione potesse impattare — o impatterà — sulla mia vita, mi sono molto più interrogato sull’alterazione della percezione del mondo che avrei potuto avere, legata a una professione del genere, piuttosto che su come questa avrebbe alterato o influenzato il mio comportamento. In questi termini, infatti, non ho mai sentito particolari limitazioni. Scelte comunicative e coerenza professionale Chiaro: rispetto ad alcuni contesti, c’è sicuramente una formalità che deve essere mantenuta. Ad esempio, su YouTube — dove ho fatto penso quasi 600 video — o su Instagram — dove credo di averne pubblicati altrettanti, tra storie, video, post, ecc. — penso che tu non mi abbia mai visto senza camicia. Questo perché il taglio che ho scelto di dare alla mia comunicazione è un taglio esclusivamente professionale. Ovviamente non vado a dormire con la camicia, anzi: sono un amante delle braghette, se è una cosa che ti può interessare. Penso che siano l’abbigliamento più comodo in assoluto! Però è chiaro che, rispetto al tipo di comunicazione che scelgo di dare quando faccio contenuti, quando vesto — in un certo senso — i panni del professionista, ci vuole un certo rigore. Strategie per tutelare la sfera privata Rispetto invece alla vita privata, quindi ad esempio al mio vivere quotidiano come Matteo — piuttosto che come padre, come marito, come amico — ho cercato (e uso) delle strategie che, a mio avviso, tutelano sia la mia professionalità, sia la mia persona. Strategie che, per ora, ritengo sufficienti e che non mi fanno sentire limitato. Ad esempio, ho scelto di mettere un certo numero di chilometri tra la mia abitazione, quindi il contesto che caratterizza la mia quotidianità, e i miei studi professionali. Vivo in Brianza, ho studio ovviamente in Brianza, ma non ho — e penso non avrò mai — studio nello stesso paese o nella stessa città in cui vivo, né in un raggio troppo ristretto di chilometri. Questo non tanto perché ho paura di mostrare una parte di me che esula dall’immagine professionale, quanto perché penso ci debba essere un rispetto reciproco della privacy: mia, ma anche della persona che a noi si rivolge. E credo che, in termini di utilità, mostrare una parte così personale — “senza camicia”, per usare un’espressione simbolica — non sia utile, neanche alla persona stessa. O meglio: non a tutte. Uso dei social e immagine pubblica Quindi sì, ci sono sicuramente delle regole, delle accortezze che vale la pena utilizzare. Ad esempio, ho scelto — ma questo perché già di mio sono così, quindi non l’ho vissuta come un’imposizione o un vincolo — di non avere un profilo social personale. Né una pagina, né un profilo Facebook personale. È una cosa che, tendenzialmente, nella mia vita privata, mi interessa poco. Ho scelto di avere solo un profilo professionale. Nella mia esperienza specifica, quindi, questi limiti non li ho percepiti. Ho percepito piuttosto degli “effetti collaterali” della professione, più che dei limiti: ad esempio, l’influenza delle lenti che la scuola di psicoterapia — come dicevo prima — ti impone. Una volta che le indossi, fai fatica a toglierle nel guardare il mondo. Ma sull’idea di “immagine” o di “contegno”, no, non ho mai percepito limitazioni significative. Incontri fortuiti e gestione della privacy del paziente Certo, ci sono state delle situazioni che hanno richiesto una gestione. Ad esempio, è capitato che, al matrimonio di cari amici, incontrassi dei miei pazienti. Così come mi è capitato di incontrarli al ristorante. Penso che poi, in quei casi, tutto dipenda dalla sensibilità di ciascuno, nel decidere quale tipo di comportamento utilizzare. Ci sono ad esempio persone — e questo lo dico spesso, quando capita l’occasione, all’inizio o alla fine di una seduta — che mi dicono: “Dottore, l’ho vista che stava correndo”. Questa cosa, se mi segui, l’ho già dichiarata più volte: ho la passione per il running. In questi casi, sorrido. Non c’è problema. Fa parte di me. Non sono in imbarazzo nel comunicarlo o nell’esplicitarlo. Dall’altro lato, ci sono cose che preferisco non dire. Dall’altro ancora, quello che dico sempre ai pazienti è che, se mai dovessimo incontrarci al di fuori della stanza di terapia — ad esempio, appunto, a un matrimonio o in un ristorante — aspetto sempre che sia l’altro a salutarmi. Non saluto io per primo, a meno che la persona non sia da sola. Questo perché voglio tutelare, in termini di rispetto, la privacy dell’altro, che magari si trova in un contesto in cui — per vari motivi — non desidera che si sappia che ha iniziato un percorso di terapia o che ha a che fare con uno psicologo/psicoterapeuta. Quindi, se è l’altro a salutarmi, lo saluto e possiamo scambiarci due chiacchiere. Altrimenti, magari ci si fa solo un cenno, e buonanotte. L’obiettivo è sempre quello della tutela reciproca. E, tra terapeuta e paziente, quello che deve essere tutelato è sempre la persona che si rivolge a me. Conclusione: contegno sì, ma senza sentirsi limitati Per farla breve: non ho mai percepito particolari limitazioni, almeno su questo aspetto. Su altri sì, per questi aspetti ti rimando ai prossimi articoli.