Interrompere la psicoterapia perché troppo dolorosa? Home > Riflessioni psicologiche > Interrompere la psicoterapia perche troppo dolorosa Dottore, interrompo la terapia perché non sono più disposto/disposta a soffrire. Quando il paziente dice di non voler più soffrire Oggi approfondiamo un altro pezzettino, un tema che talvolta viene portato da chi inizia un percorso di terapia e che, a un certo punto, a fronte della fatica che sta facendo, dice: “Dottore, non sono più disposto/disposta a soffrire”, interrompendo così il percorso. Premesso che ci sono tanti tipi diversi di riflessioni da fare su un’affermazione di questo tipo, e che bisognerebbe capire caso per caso quali siano le motivazioni, possiamo comunque considerare alcune riflessioni generali per comprendere la potenza, la portata e anche il dolore che accompagna una frase del genere. Il ruolo del sintomo nel percorso terapeutico Chi alza il telefono e chiede aiuto a uno psicoterapeuta sta vivendo un momento di difficoltà. Se poi arriva a un’affermazione di questo tipo, il problema è spesso un sintomo. Difficilmente si giunge a dichiarazioni così nette se si tratta solo di un problema esistenziale o decisionale. Generalmente, queste frasi emergono quando c’è un sintomo che non sparisce, non passa nel tempo desiderato, o addirittura si aggrava. Questo può accadere soprattutto quando si “scoperchia il vaso di Pandora”: si comincia a mettere mano alle dinamiche profonde, e a volte la persona sperimenta un aggravamento o un’acutizzazione del sintomo. Questo la spaventa molto: non sa più cosa fare, non capisce se la terapia sia utile o se, addirittura, possa risultare dannosa. Così, spaventata, preoccupata e sofferente, decide di dire: “Non sono più disposto/disposta a soffrire”. In questo caso, l’interruzione è legata alla paura e alla sofferenza aggravata. La persona è consapevole di rinunciare a un percorso di cura, ma preferisce tornare a una condizione precedente, meno felice ma conosciuta, piuttosto che affrontare un dolore che percepisce intollerabile. Cosa può fare il terapeuta Che cosa si può fare? Premesso che, quando una persona arriva a un livello di sofferenza tale, tutto è legittimo e va rispettato, il terapeuta deve comunque interrogarsi: È stato chiaro sugli effetti possibili della terapia? Ha spiegato che poteva esserci un peggioramento? Ha discusso delle aspettative del paziente? In altre parole, il terapeuta deve chiedersi cosa non ha funzionato nella comunicazione e nella pianificazione del lavoro. Il paradosso della rinuncia Dall’altro lato, occorre capire cosa spaventa la persona al punto da rinunciare a un possibile miglioramento: dubita dell’efficacia del percorso? Non tollera l’incertezza del risultato? Se avesse la certezza di star meglio, sarebbe disposta a sopportare più fatica? Qui emerge il paradosso: rinunciare all’opportunità di stare meglio perché ora si soffre di più significa, di fatto, condannarsi a stare peggio con certezza, tornando a una condizione nota ma infelice. Possibili strategie di intervento Il terapeuta, quindi, può: proporre di dilatare gli appuntamenti; rallentare la profondità del lavoro; accettare una pausa; oppure, al contrario, chiedere di resistere per un certo tempo, spiegando che dopo potrebbe arrivare un miglioramento. In ogni caso, il paziente è sempre libero di scegliere cosa fare della propria vita e della propria sofferenza. Il terapeuta, dal canto suo, ha il dovere di chiarire il paradosso e i movimenti che vede nel percorso. La crisi come risorsa terapeutica Attraversare un momento di crisi, con un aggravamento del sintomo, può rivelarsi una risorsa enorme per la risoluzione del problema, perché significa che il sintomo è mobile, modificabile, trasformabile, e quindi suscettibile all’intervento terapeutico. Ciò che va rinegoziato, allora, non è l’obiettivo finale della terapia, ma la modalità con cui si sta lavorando, che in quel momento risulta intollerabile alla persona. Conclusioni Questo è forse un discorso complesso, ma spero sia utile come spunto sia per chi, lato paziente, si trova in un aggravamento del sintomo, sia per chi, lato terapeuta, si trova in difficoltà – sia professionalmente che umanamente – nel vedere che il percorso avviato può generare oscillazioni verso il basso nella sintomatologia.