“Mio figlio non vuole fare la terapia” Home > Riflessioni psicologiche > Mio figlio non vuole fare la terapia “Dottore, mio figlio ha bisogno d’aiuto ma non vuole intraprendere un percorso di terapia.” Questa è una domanda – o meglio, una telefonata – che ricevo spesso. Mi chiamano mamme o papà di figli che hanno già compiuto la maggiore età, quindi 18, 19, 20 anni: ragazzi che magari si trovano in una grande difficoltà, che riconoscono il loro disagio, ma non sono disposti a chiedere aiuto né a intraprendere un percorso terapeutico. In questi casi che cosa si può fare? Perché non si può obbligare un maggiorenne ad andare in terapia Partiamo da un presupposto: essendo maggiorenne, il ragazzo non può essere obbligato a venire in terapia. Non è lo psicologo che va a casa sua, lo prende per un orecchio e lo porta in seduta; così come non è il genitore che può imporsi fisicamente, trascinandolo dentro la stanza di terapia dicendo: “Ora ti curi e ti assumi le tue responsabilità.” È altrettanto vero però che bisogna rispettare la volontà della persona che sta male, che magari è consapevole della propria sofferenza ma non è pronta a farsi aiutare. Il dilemma dei genitori: intervenire o lasciare autonomia? Quando si tratta di ragazzi molto giovani è facile cadere in un tranello: da un lato sono maggiorenni, quindi liberi, per legge, di decidere della propria vita; dall’altro lato sono ancora ragazzi, ancora dipendenti dai genitori sotto molti aspetti. Difficilmente possono essere considerati adulti in senso pieno, ad esempio per quanto riguarda l’autonomia nella vita quotidiana. Questa “terra di mezzo”, che è l’adolescenza, comporta un rischio doppio: i genitori possono delegare troppo, trattando il figlio come un adulto completo e rinunciando ad aiutarlo proprio quando invece ne avrebbe bisogno; oppure possono considerarlo ancora un bambino, imponendosi in modo rigido e non rispettando il suo processo di differenziazione e autonomizzazione. Da qui nasce il dilemma: Non vuole essere aiutato. Che faccio? Lo porto di peso? Lo lascio stare anche se è in difficoltà? O lo “trascino” in terapia? Nessuna di queste opzioni è efficace. La soluzione: lavorare sul sistema familiare Proprio perché ci troviamo in quel confine labile tra autonomia e dipendenza, soprattutto quando si parla della scelta di intraprendere una terapia, quello che si può fare è che siano i genitori – come coppia o come famiglia – a rivolgersi al terapeuta. Esistono infatti molti interventi, strategie e modalità di supporto che possono essere discussi e messi in pratica quando è la coppia genitoriale (o un singolo genitore, nel caso di famiglia monoparentale) a chiedere aiuto per capire come sostenere il proprio figlio. Che cos’è la “terapia in contumacia” È una sorta di percorso terapeutico in cui il diretto interessato non partecipa, ma si lavora sul sistema attorno a lui. La terapia in contumacia diventa una modalità estremamente utile perché permette di intervenire sul contesto familiare, che spesso contribuisce – involontariamente – a mantenere il disagio. In questo tipo di lavoro: i genitori si assumono la responsabilità genitoriale che sarebbe necessaria anche se il figlio avesse 16 anni; si crea un ambiente più stabile, contenitivo e capace di favorire il cambiamento; si lascia comunque il ragazzo libero nei suoi tempi e nei suoi modi, senza imposizioni. Cosa accade quando il sistema familiare cambia Quando il contesto familiare si modifica in modo funzionale, spesso anche il ragazzo inizialmente restio cambia atteggiamento. Quello che succede nella pratica clinica è che, una volta che i genitori iniziano un percorso e qualcosa si trasforma, anche il giovane può iniziare a partecipare: non sempre per una terapia individuale; molto più spesso per incontri familiari, che percepisce come meno invasivi e più accettabili. È una forma di compromesso: “Da solo non ci vado, ma con la mia famiglia sì.” E questa disponibilità può essere più che sufficiente per avviare un cambiamento positivo. Un modello ibrido tra terapia dell’infanzia e terapia dell’adulto Questa modalità rappresenta un punto d’incontro tra due estremi: la terapia dell’infanzia, in cui il bambino porta un sintomo e il lavoro consiste nel modificare il sistema familiare; la terapia dell’adulto, in cui la persona è autonoma e responsabile del proprio cambiamento. Quando ci si trova “nel mezzo”, il lavoro clinico è più complesso, ma il principio rimane chiaro: se il diretto interessato non vuole o non può partecipare, si lavora sul sistema familiare affinché sia questo a cambiare. In questo modo si fornisce contemporaneamente: una base sicura e un contenimento emotivo; uno spazio che favorisca l’esplorazione e l’autonomizzazione tipiche dell’età adolescenziale e della prima età adulta.